Dopo avermi prescelto, salvando
il mio involucro umano dal fiume,
per aver trovato grazia ai suoi occhi
mi negò frontale la via del suo volto,
s’incatenava il mio sguardo nelle sue mani.
Nella gestazione di quella rupe a gola d’uccello
franò il sostegno del tempo,
cantici di silenzio di densità totale,
elevati a geometria della coscienza,
serravano a fornace l’oro friabile della mia attesa
che mi rendeva dispari.
Ma con acqua diversa mi dissetò
da quella che gli avevo chiesto.
In quella forma madre gettò a dimora
l’intero grido della sua evidenza,
come rete lavorata a fuoco,
sul mio pericolante corporale.
Nell’empatia dei sensi gemelli s’apriva circolare
la causa incomprensibile del suo principio.
Ascesi e caddi assolto in quella torre
in arature di stagioni eterne.
Innalzato sul dialogo dei sensi, udii quel viso,
compresi quell’odore, mi nutrì, mi avvolse.
Coagulato oltre la linea fortificata dello sguardo,
quel volto senza aspetto accadde in me ovunque,
nitido come terra conquistata.

ESODO 33,20, di Flaminia Cruciani
Poesia tratta da : VERBA AGRESTIA VII ed. 2010 – LietoColle