Già con il libro precedente “I milioni di luoghi”, Carla Saracino si era imposta come un’autrice di poesia originale e creativa; ma il vero “dono” è sicuramente il suo secondo libro: “Il chiarore”.

La poesia di Carla Saracino è diventata ancora più limpida, carica di forza e unicità: “Scegliete che sia femmina e unica”.

Con eleganza e tenacia l’autrice va incontro al lettore con riferimenti fissi e immagini suggestive:  “Tutti, tranne il mio avo, che ancora s’aggirava serpentino/ sotto le lucerne dei denti bianchi dei gelsomini/ strafatti di polvere d’avvento”.

Carla Saracino nelle pagine di questo libro ci parla del suo unico compito: scrivere e vivere la poesia.

I testi di questa raccolta sono un’estrema dichiarazione d’amore alla parola poetica, al suono e al suo massimo riassunto: “ Chi è fratello di una poesia/ è sempre morto e vergognoso”.

Come ha scritto nella bella introduzione Antonio Moresco, dentro “Il chiarore” si trova “Il cristallo della poesia”; è proprio questa grande fragilità, ma anche questa grande bellezza che trascinano nella lettura di questi versi.

Le parole nei testi di Carla Saracino sono come un vento che spinge in un sud dell’anima, un calore che avvolge ogni cosa: “ Che le muse del sonoro stanno straripando nell’olio/ d’un lucchetto/ e che le ferrovie sono lunghi libri sfogliati/ da mani curiose”.

Luca Minola

da “Chiudere il tempo”

*

E’ quasi l’ora del deserto,

quasi la fine, arida, della superficie.

Tu non passi, cammini.

Per questo il cuore non crea le forme,

ma le impone, a te che sorridi.

 

*

Non si domandi pena a una città.

Le città non rispondono mai

a chi le desidera.

Non guardano.

I loro occhi sono

tragedie venute a galla dal futuro.

 

*

Certo dev’essere in un disegno,

un disegno particolare.

Ma sorde le eufonie, le emancipazioni

dell’autore.

 

da “Via delle Cenate”

 

*

Dicono della visione: unica, sostanziale.

Indicano un paese per cominciare.

Io mi adatto, prendo tempo, vaneggio forse.

Oppure chiedo fiducia: ma giunge la distrazione

corrompo i luoghi, non esisto.

Sono nella perfetta forma di uno qualunque

dei miei doni.

 

*

Io so chiudere il tempo nel riassunto di sillabe scritte

con la trapunta delle prigioni del secolo

dove uomini digrignano lettere spente

e i fogli sono vasti deserti.

In quel paese il cielo è d’inchiostro

e i giardini piccole casse dentro cui

morire.

Un’orchestra per principianti

musici ovunque e ovunque spettri.

 

*

Ma io vorrei tornare in una casa fraterna

ospitale e accarezzarne la carta da parati

o sedere alla testa del lungo tavolo di quercia

e punirmi con la foga delle cose

che giacciono estreme

per carità di bellezze manomesse.

O io vorrei che questo accadesse nelle terre

di qualche Est superiore a quello pensato.

Qualche Est ricongiunto al cuore.

La punta dell’ordine, il chiarore.

 

Nota Biografica

Carla Saracino è nata a Maruggio, in Puglia, nel Marzo del 1980.
Sue poesie sono apparse su varie riviste tra cui: Nuovi Argomenti, L’immaginazione e sull’Almanacco dello Specchio (Mondadori, 2010).
Ha scritto “I milioni di luoghi” (Lietocolle, 2007) che ha vinto il Premio Saba opera prima, “La Sposa Barocca AA.VV. (Lietocolle, 2010) e due libri per bambini, “14 fiabe ai 4 venti” (Lupo, 2009), “Gli orologi del paese di Zaulù” (Lupo, 2012).
Nel 2013 è uscito il libro di versi “Qualcosa di inabitato” scritto insieme a Stelvio Di Spigno (EDB Edizioni).
Scrive per la rivista letteraria “Le Voci della Luna”. Vive e insegna a Milano.

 Fonte: Golden Blog, il blog di poesia dell’Almanacco del Ramo d’Oro