Il 31 marzo di due anni fa, la diagnosi. Quasi due anni di vita altrove dall’ordinario, rimanendo immersi nell’ordinario più ordinario, come se nulla fosse: dintorni emotivi, lavoro, dintorni di scrittura&lettura&poesia.
Le cure, vissute con (finta) spavalderia. E il costante esorcismo della possibile fine urgente, l’esortazione guareschiana del “non muoio neanche se mi ammazzano”. Eccoci, (quasi) due anni dopo (parafrasi del Francesco più antico – 1970 – anche lui oggi in fondo all’ordinario, con “L’ultima Thule”: sarà un caso?) ad inventare nuove forme di altrove, perché essere qui è già un obbligo a non esserci per caso, a crescere perché ne abbia bene chi sa annusare gli odori, a cercare – ancora, senza fermarsi – una ragione “oltre”.
Un perdono da chiedere, a chi è rimasto vittima del mio silenzio (una necessità nuova, un’acqua per la sete più viva): eppure, quanta energia nel sospeso, nello stare dietro il nome, nascosti al bisogno di sé.
Non so quanto resta (nessuno lo sa, io meno di tutti): so che – come ha detto profeticamente una persona cara – sembra più quello che si riceve, in questo tempo delle mani sugli occhi, di quanto si dà. Non (solo) dagli altri, ma dal profondo delle proprie – sconosciute – radici, che stanno (davvero) dalla parte dell’erba.

foto: Monika Strzelecka-Little boy with glasses

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