S’impone subito, in questo nuovo libro di Augusto Pivanti, la forza ossessiva del progetto, e dunque l’impegno nell’assecondare un pensiero attraverso una serie notevole di variazioni sul tema della maternità ovunque diffusa, o della “maternanza”, appunto, per seguire la creativa scelta lessicale dell’autore. (Maurizio Cucchi)

 

 

XXXV. madre del dolore vinto per allenamento –

osserva lo scurirsi dell’aria nella tiepidezza della sera,
bambina del delirio nella trilogia delle città di Ágota
là dove Nonna picchia con le sue mani ossute
e la salvezza sta nell’allenamento dello schiaffeggiarsi
preventivamente, un po’ per sfida, un po’ per abitudine

irrobustisce il corpo lasciando che il palmo schiocchi
sulla pelle nuda, intuendo che la vita si prolunga
a dismisura se munta alla mammella delle sofferenze

non le è stato impedito di tornare, ed è contenta – in fondo –
di essere stata esposta, quasi sottomessa all’asta delle profezie

 

 

VI. madre intercoscienziale delle permanenze –

è il Macedonio padre che si fa madre per ricongiungersi,
nell’asse metafisico, con la madre dei suoi figli
morta prima di lui, in uno scambio di coscienze
che non conosce l’identità dei corpi ma ne supera
il qui ed ora, il tempo e il luogo per sovrapporsi,
innamorarsi ancora in un per sempre senza fine possibile,
senza che la morte fisica possa battere alla porta
di qualunque casa, di qualunque carnale residenza

ha visto schiudersi la conchiglia, riconosciuto la perla
dell’eternità senza passare per la religione degli dei,
riconoscendo nella religione degli uomini lo spazio
sufficiente a somigliare davvero a un ente superiore,
con solo il vincolo del non dimenticare mai

 

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