C’ è stato un periodo in cui Amelia Rosselli non aveva ancora eletto una lingua per il suo pensiero. Una fase in cui forse brancolava nel buio, e di sicuro sentiva forte in lei confliggere più sistemi tra loro. Ma prima della fisiologica elezione della nostra cultura e, di conseguenza, dell’italiano, con la messa da parte (mai definitiva) del francese e dell’inglese, deve esser successo qualcosa: forse vivendo il limbo, forse in maniera panoramica, ha avuto modo di estrarre quello che Ferdinand de Saussure chiamò ‘significante’, slacciandolo virtualmente dalla sua parte mentale per poter accedere sempre più alla sua natura di atto acustico puro, e per considerarlo infine “rumore” primordiale.

Questo rumore costituisce la materia, il substrato di ogni lingua. Solo secondariamente, infatti, è stato sottoposto a spezzettamenti, cadenze, diversificazioni. Solo secondariamente sono state considerate le sue frequenze e attribuite a questo delle coloriture. In un passo ancora successivo, e solo alla fine di quel viaggio pre-razionale, si è potuto ricongiungere con il regno delle immagini, delle idee, delle compiutezze di significato, delle rappresentazioni condivise.

Non deve far specie se, pur essendo musicista, la Rosselli non ha composto alcun pezzo: il tutto fa parte della sua riflessione teorica (filosofica e antropologica tra l’altro). Da poeta, analogamente, assecondò l’assonanza ed il balbettio, l’afasia, più in generale la ritmica metallica della timbrica avanguardista, rifuggendo dalla creazione della ‘rima forte’ (la rima concettuale), dall’equazione facile, nascondendosi e sdoppiandosi spasmodicamente nel suo incedere .

Andando sulle orme dei grandiosi vagabondi quali Rimbaud e Campana, è rimasta a seguirli in un comfort domestico. È rimasta immobile, sospesa dal mondo, almeno fino al suo volo liberatorio che ne ha confermato, nell’essenza, la grande somiglianza con quelli. Ha implorato anche che il suo lettore-ascoltatore possa ‘entrare’ e subito ‘uscire’ dal suo mondo trasversale, saturo di rimandi, di corrispondenze, in alcuni passaggi, di qualcosa che viaggia al confine della stregoneria. Suoi versi, in questo senso emblematici, infatti così ammoniscono: «cercatemi e fuoriuscite».

Il destino della poetessa che da bambina dovette scappare insieme alla famiglia dalle persecuzioni dei nazisti, la sua eterna auto-percezione nei termini di una ‘fuggiasca’ ha sottilmente permeato anche la sua personalissima concezione del ritmo poetico, della sua architettura volta a ricercare il continuo riparo negli interstizi degli atti mancati, nelle coazioni a ripetere.

Sono stati fatti esperimenti in cui si sovrappone la ritmicità decantata dei suoi versi (ad esempio tratti da “Variazioni belliche” , sezione “Poesie”) ad un tappeto musicale preso da Chopin, a dimostrare la matrice acustica che giace sotto il suo procedimento creativo e ne costituisce lo scheletro.
I suoni che producono i suoi componimenti riescono, in particolar modo, a separarsi in una loro vita propria: hanno a che fare con una misteriosissima dinamica dello straniamento, dell’obliquità. Il fascino che emanano punisce quel fumismo voluto che pur essi producono. Una strana logica di repulsione verso quella ricerca del prodotto che soggiace e sorregge il senso (il mero vibrare fisico del suono) entra costantemente in gioco e produce interferenze per la coscienza di coloro che si vi accostano, di quei ‘pochi felici’– come lei avrebbe tenuto a dire.

Amelia Rosselli fu divisa tra chiusura introspettiva e fuoriuscita, tra rifugio e azione, tra scrittura e lettura, tra idiosincrasia e comunicazione reale. Da una parte il mondo fantasmatico indagato – anche questo con scientismo e rigore –, dall’altro il contatto con la moltitudine che sembra spiritisticamente reincarnarsi in lei e cercare veicolo. A metà strada di questi lunghi sentieri intravedo il “nodo” del suo corpo: la sua faccia stigmatizzata nella paura (non nascose mai il trauma della fucilazione del padre Carlo); la sua voce gutturale e cavernosa che trasmette una femminilità involuta, una sofferenza dalla quale è pressoché impossibile rassegnarsi.

Ci sono diverse registrazioni in rete in cui è possibile vedere Amelia durante la lettura delle sue poesie, per meglio comprendere quanto ella abbia automatizzato i procedimenti creativi e meditativi che qui io solo blandamente mi sforzo di delineare. In quei video lei diventa direttore d’orchestra di se stessa, usa le dita, le mani e le braccia per sorreggere il “flusso” del suono che si lega e slega di continuo al suo senso ultimo. La lettura diviene un dolore cantilenato, a tratti un crudele divertissement, una performance voluta a tutti gli effetti. Non è un caso se, di recente, molti suoi componimenti poetici sono stati cantati e musicati da giovani artisti.

Ma, dopo aver sfiorato la struttura, aver conquistato e afferrato il significato, si apre lo spazio per una luminosa “discesa”. Viene terminato il disegno della parabola della sua permanenza tra i vivi. La struttura toccata, la trama intravista e ricucita alla coscienza va detestata, rinnegata, perduta. Il tormento cresce, ma la collettività del dolore si dilata e diventa mitica. Venuta a mancare la parola poetica, non rimane che quella “miniera irrequieta” del suo corpo che abitò, illudendosi di aver trovato un asilo, quell’appartamento in via del Corallo, a Roma. Era la casa-eremo, la «torre d’avorio», il covo di domestiche voci di fantasmi che un giorno le ordinarono di uscire dalla casa, il luogo che, esaurita la sua incubante forza protettiva, chiamò Amelia all’espulsione, facendole prendere la via del balcone. Quelle voci che, nei loro primi approcci e visite, dialogarono apertamente e trovarono trasposizione in quella scrittura polifonica ed ossessionata dalle citazioni, occuparono, poi, tutto lo spazio. Nella loro preponderanza si sostituirono, così, allo scrivere e alla parzialità della singola attrice. Progettarono per lei un suicidio che voglio fortemente pensare come un atto d’amore, un’auscultazione verso una voce collettiva, una fusione e ritorno al quel suono totale, tanto cercato.
Al cospetto di tale idea, per nostri limiti, proviamo ancora una profonda vertigine culturale.
Ricordo una carezza lasciata di recente sulla sua umile lapide.

di Saverio Bafaro

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