Era la fine di ottobre del 1998 quando una mattina entrai in libreria e presi in mano Un uomo che forse si chiamava Schulz, un romanzo che era stato pubblicato quell’anno, di un autore nuovo, Ugo Riccarelli, e che il mese prima aveva ricevuto il Premio Selezione Campiello. Mi colpì il titolo, e mi fece tenerezza la fotografia in bianco e nero, riprodotta su un lato della sovraccoperta, di un bambino con i capelli biondi che guarda lontano, un bambino di tre o quattro anni, probabilmente di altri tempi, i cui piedini poggiano su una scala di legno grezzo e la cui nudità è riparata appena da una camiciola corta. Diedi una scorsa al risvolto, dove si parlava – si parla – di Polonia, di una famiglia ebraica, di nazismo, e soprattutto di sogni e di parole. Di lì a pochi giorni, quel libro me lo portai in treno, a farmi compagnia in un’andata-ritorno Pesaro-Parma, e lo terminai, tutto d’un fiato; avevo letto la storia straordinaria di quell’uomo, che forse si chiamava Bruno Schulz, avidamente, come da tempo non mi era capitato di fare con gli scrittori che in quegli anni erano alle loro prime prove letterarie, e provai subito un certo rammarico, di averlo finito troppo in fretta, senza essermi concessa qualche pausa in più per godermi la bellezza delle immagini che l’autore nato a Cirié aveva evocato con un lirismo la cui leggerezza sa riscattare perfino la tragedia. È stato quello il mio primo incontro con Ugo Riccarelli, lo scrittore, e da quel primo romanzo, come lettrice, non l’ho più lasciato.

Continuai, dunque, a comprare i suoi libri, Le scarpe appese al cuore, pubblicato due anni prima, un’altra storia commovente, ancor più pensando che è la sua, in cui Riccarelli racconta la lunga, estenuante strada in salita fino al trapianto di cuore e polmoni al quale fu sottoposto in Inghilterra; Stramonio, il grande antieroe di piccola statura appassionato di Hrabal che sotto la guida del suo maestro di vita, l’enorme, indimenticabile Lupo, passa la sua scopa di spazzino e il suo sguardo candido e stupito sulle strade di una società che secondo i parametri odierni non può fare di lui che un perdente; e le storie magnifiche deL’angelo di Coppi, biografie o pezzi di biografie, riscritte fuori dalla cornice della fama, di chi ha dedicato la vita allo sport ed è stato tradito dal destino o dal mondo, uomini o Storia che fosse.

E poi, prima della pubblicazione dello splendido romanzo Il dolore perfetto e del definitivo riconoscimento del suo valore letterario con il Premio Strega, per certe traiettorie che per buona sorte, e di rado, convergono nello spazio e nel tempo, ho conosciuto Ugo Riccarelli, la persona, ho conosciuto il suo sorriso eternamente gentile e i suoi occhi vivaci pronti in ogni momento a includere sempre più luoghi, più gente e più storie, la sua intelligenza svelta e libera, nella riflessione e nella critica, la sua felicità luminosa accanto alla sua Roberta; ho sentito la sua apertura, autentica, verso le persone, e il suo costante, naturale entusiasmo a offrire con generosità spontanea la sua amicizia. Con meraviglia e incredulità non ho mai smesso di chiedermi come quell’uomo dall’aspetto così esile potesse tenere a bada con tanto vigore un corpo che da anni era stato compromesso da una fisiologia sballata, come fosse in grado di mantenere quel senso dell’umorismo arguto e quell’energia che contagiava i suoi svariati pubblici di appassionati lettori, che non rinunciava mai a incontrare, né in Italia né fuori, nei suoi viaggi continui, e da quali infinite riserve attingesse, in modo inspiegabile e sorprendente, quell’ottimismo capace di rassicurare te, che stavi bene, lui, che viveva quotidianamente nella pesantezza di una malattia che pareva ignorare, e dalla quale si librava con il suo insopprimibile spirito e con la sua leggerezza, che si spandeva come un’aura sulle storie che raccontava e scriveva, da grande narratore qual era, un’aura quasi protettrice che finiva per avvolgere i suoi personaggi, perché almeno potessero sopravvivere, sempre con dignità e forza, a quei drammi della vita che prima o poi arrivano.

E proprio l’umanità, inesauribilmente multiforme e perciò intricata, dei suoi personaggi ho compreso meglio e ho sentito più vicina dopo aver conosciuto la sua, un’umanità nel senso più ampio, che ci contiene tutti e ci fa vedere come siamo, quando leggiamo i suoi libri, sia presi nelle spire della Storia – specialmente quella più dolente e amara per il nostro Paese, quella del Fascismo e della Seconda Guerra Mondiale alla quale Ugo Riccarelli ha imbastito in maniera ricorrente e significativa le vicende di dimensioni epiche e al contempo intime dei suoi protagonisti nei romanzi Il dolore perfettoUn mare di nulla,Comallamore e L’amore graffia il mondo, l’ultimo, forse il più bello e il più struggente– , sia nei crocicchi di strade battute da uomini e donne che si amano, si sostengono o si scontrano, si perdonano o si annientano. Esseri umani accomunati, a ogni modo, dalla sofferenza, come mi aveva ricordato Ugo parlando del suo penultimo libro Ricucire la vita, un valore universale che tutti quanti condividiamo e in cui tutti quanti ci riconosciamo, inevitabilmente.

Ugo Riccarelli, che nel suo altruismo ci aveva regalato perfino l’illusione e la consuetudine di continuare a esserci, per i suoi cari, per i suoi amici e i suoi lettori, e che la sua battaglia ferma, ardita, per mantenere quel corpo fragile sarebbe andata avanti a oltranza e senza limiti di tempo, ci ha lasciati una domenica d’estate, il 21 di luglio. Penso a Ugo e mi torna in mente il bambino con i capelli biondi e i piedini nudi, che guarda lontano, sul bianco della copertina del suo primo romanzo, e m’invade la tenerezza. E poi rileggo quello che il gobbo Emram dice a Bruno in un sussurro, come fosse un segreto: “La vita che vedi, passerottino mio, non esiste, vola via come un alito di vento. Vola via il re, vola via la regina. Restano solo le parole, solo le parole dei sogni a farci strada e compagnia.” Voglio custodire anch’io questo segreto come verità salda e inestinguibile conforto di cui ci ha fatto dono Ugo Riccarelli, insieme alle sue parole e alle sue storie.