santagostini

 

Un libro che sembra non poter consumare l’accumulo di solitudine lasciato lì dagli anni. Mario Santagostini torna alle atmosfere milanesi, territorio della sua poesia, e più esattamente ci riconduce al cuore di una periferia che il tempo non ha risparmiato, riducendola a un deserto di fabbriche chiuse, di palazzi vuoti e strade dove l’edilizia popolare canta la sconfitta del quarto stato e il suo rifluire in una specie di vita che non ha più ideali né un altrove dove stare. In “Felicità senza soggetto” Mondadori 2014, Santagostini va a ritroso nel proprio percorso di giovane comunista, in un tempo in cui essere felici e giovani significava una quasi dismissione dell’io. La poesia che apre questa raccolta non a caso intitolata “L’ex comunista” ha versi che offrono una delle chiavi possibili di lettura: “Io ero, come tanti, comunista. / E pensavo a un avvenire/ senza il lavoro, a quando i corpi,/ ci sarebbero serviti a poco, / quasi a niente…” p.9 Riandando ai temi che allora tenevano banco, agli infiniti dibattiti sul lavoro e su un vivere che non poteva essere ridotto al consumismo, arriviamo a comprendere come un non soggetto sia altro da un’entità metafisica, piuttosto una realtà che si poneva in conflitto armandosi proprio di quel corpo di cui non si sa, non ancora: “se merita / soltanto la vita, o già altro”.

Dobbiamo forse immaginare quel “già altro” anche nelle parole che ci portano alle figure che Santagostini inserisce in questa raccolta, da Pascoli a Sereni, dal Manzoni a Van Gogh fino a Nikola Tesla e a Sironi, in una successione di immagini cariche di significato e a cui torniamo perché indotti a pensare a cosa sia il percorso umano del poeta che ci parla con tanta naturalezza e sa coniugare letteratura, pittura e scienza:

“ Negli ultimi anni, / pensavo a una luce più diffusa, / a una specie di neon / che viene dai gigli, quei fiori-imitazione/ dei lampi estivi.” p. 47

L’idea di uno “spirito” o di bene come una “Gerusalemme / celeste, città della / resurrezione senza morti” se era propria del dopoguerra con la sua mole di sogni riflessi nell’architettura, portava poi la forma stessa a sovrapporsi infine all’uomo, a quegli abitatori di palazzi e hangar che non avrebbero più saputo dire da dove venivano. E allora la “postcreatura” della sezione finale può essere la malattia stessa dell’uomo e il suo insinuarsi perfino nel vero: “che ti evita / come se vivesse.” p.89

Così il malanimo è povera cosa: “qui una volta si creava, /poi si è passati a vivere./ Adesso aspettiamo” p.94 e l’immagine è senza nostalgia e amarezza, le varie sezioni sono un quaderno luminoso scritto per ricordare qualcosa a se stessi; forse che la pazienza rimette insieme il mondo e già quello di ieri sconfina nel domani, ma nulla di più ne sappiamo.

Nadia Agustoni

Recensione apparsa in QuiLibri n. 26 novembre – dicembre 2014