“In aprile 2008 è stata realizzata la sua prima esposizione fotografica” – così leggo nelle note bibliografiche di Filippo Amadei (oltre a ciò che si riferisce al suo breve ma già significativo curriculum poetico) e così, ancor più, comprendo la fonte della sua poesia, come fosse una “macchina fotografica” che osserva il mondo. Già avevo letto la sua prima raccolta, intitolata “La Casa sul Mare” del 2005, e ancora ricordavo la”figura” poetica dell’autore: un naufrago consapevole che si accingeva a cercare un’origine. Può essere questo – è vero – un pensiero che, prima o poi, tutti ci insegue e tutti ci accomuna. Ma qui, in questa nuova prova, il giovane autore -affidandosi a una “parola” che ancor più fedelmente lo assiste nella sua sorprendente carica passionale – riesce a procedere nel suo processo di disvelamento emotivo, soffermandosi nei vari passaggi che si “affrancano” alle diverse realtà quotidiane e a una sua personale coscienza critica. Non per nulla ne dà conferma un suo verso originalissimo: “Noi siamo le matite del mondo / disegniamo la traccia dei nostri destini”. In questo lo aiuta molto la particolare sintonia con la natura ( da sempre madre comunicativa ), nonché l’emergente sentimento, di antica adolescente memoria, nei confronti del mare: luogo nella cui indistinta luce e vastità si accasano le “ferite” del mondo e da dove, di tanto in tanto, giunge a riva un’ “aria chiara” che “dagli scogli / dai pini a ridosso del mare veniva invisibile / come una gioia / ….”
Ed è dalla “gioia”, che gli deriva nell’abbracciare il verso poetico – quasi fosse un’amante, oltre che fedele, indispensabile – che Amadei riesce con sorprendente freschezza e innocente profondità ad abbracciare simultaneamente le vicende esistenziali che adombrano, colorano, immortalano il destino dell’uomo e,quindi, dell’autore stesso. Diversi gli aspetti tematici: dai più intimi e spiritualistici,all’attenzione chiara ma pacata verso le “cose politiche”, le situazioni ambientali, le rivisitazioni passionali. Un incedere convinto della “parola” a supporto di un’ “anima” in cerca di riflessione e decisa ad uscire dalla corazza di un mondo omologante.
In “L’omicidio di Benazir Bhutto” (poesia di una tenera tragicità) il poeta chiude con dei versi profondamente significativi e di un’estrema bellezza, che da soli incentrano lo spirito meditativo di questo bellissimo libro di poesia:
“Un proiettile ak-47 le ha sfondato il cranio /………../ commentano gli inviati speciali della BBC / mentre io non riesco a capire se fuori piove / o nevica ghiaccio se questa malinconia / natalizia attraversa me o l’occidente /”. Un passaggio di campo straordinario, come se “il fatto” appartenesse all’ “io” di ciascuno.
Concludendo questo brevissimo excursus, non ci resta da dire che questo libro (complimenti a “Lietocolle” ed.) di Filippo Amadei sia davvero una piacevole scoperta in questo mondo di sottaciuta omertà e capitanato da quella “grande editoria” (si fa per dire) che risulta essere spesso (e per fortuna non sempre) creatura asettica, clientelare e con fini puramente commerciali.

 

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