Incontro con “L’ultima neve

di Silvio Bordoni

La “tristezza” e ciò che noi comunemente le assegniamo non sono mai fini a se stesse. Albergano tra la luce che si fa da sé e la luce che da sé scompare (come dentro la meraviglia bianca di un’ultima neve).Infatti –da sempre e ancor più ai nostri giorni- quel velo mutevole,che adombra la psiche umana e produce un conflitto dissociativo dentro la realtà temporale, è quel “viandante” mai domo che s’imbatte nella complessità di un percorso dove la malinconia spazia e va oltre il riverbero personale di un’esistenza, di un’epoca, collocandosi, di volta in volta, e abbracciando il resto del mondo che lo circonda e che–quindi- quotidianamente gli appartiene. Questa dimensione allargata della “tristezza”, che talvolta si appropria di un destino, è specifica nella natura di Liliana Zinetti, la quale, però- nella sua innata veste di poeta- la correda e la colora di un’assidua e raffinata“delicatezza”.
Delicatezza, nel proporsi come donna sensibile, nella scelta dei vocaboli da assegnare, che non è tanto e solo un’operazione di perfezionismo poetico, ma, soprattutto, (ed è qui il peso specifico della creatività pura) il personale marchio lirico che trascende ogni pur presente volontà di ricerca: “Si vive. Chiusi/in una malinconia di ringhiere/mentre la vita scorre/con i cortei delle ombre/di chi è venuto e ci precede…”
“A volte, quando la luce è più nuda/pare di sentire l’impercettibile/scricchiolare del cielo./ L’incertezza di unusci o/fugacemente socchiuso, quel chiaro/dell’aria che trema./Cosìdisarmati a una parvenza/d’eterno./ Alla frontiera di noi./Indecifrati e franti”.
Già nel suo precedente libro “Volo di terra”, questo privilegio naturale di collegare la scrittura al mistero precario dell’esistenza –collocandolo all’interno di un ordito elegiaco del verso- veniva espresso con delicata vigoria, e già allora la nostra personale attenzione vi aveva fatto gioiosamente il punto.
“Fedelmente”ancorata al senso del tempo, Liliana Zinetti riserva a questo “despota seducente” –che lei tuttavia ama, in quanto le riserva lo spazio della parola e ne costituisce la “saldatura”- un processo conoscitivo, dove la riflessione si estende e si ritrae, osa una “svolta” per poiripiegarsi sulle finitudini del suo itinerario esistenziale, che magicamente diviene terreno collettivo: “…Nell’andarmene da ogni dicembre/ dalle periferie di sfatte/luci di lampioni,/dal vuoto dei nomi, oltre/ lo strepito silente dell’uscio,/ sarà notte?”
E “Quando viene il giorno/e la luce è sull’orlo dei tetti/l’aria ovunque e i petali dei fiori/cerco il sogno smarrito all’alba.” e’, in verità, il “sogno” il suo linguaggio interiore: colui che le invia i messaggi, che le evoca le stagioni del passato, che le indica l’idea di un nulla improduttivo –quale profezia di un futuro umano alla deriva-ma che, tuttavia, non si arrende completamente, come velo pulviscolare e protettivo di un’eterna, sottile illusione:” A volte è la notte chiara, è il buono/del pane, il volo della rondine,/è ordire endecasillabi/è curare la ferita/….A volte è un cielo di nuvole stretto/tra i vicoli e i tetti, il pallore/di un sole invernale,è la grazia/di un volto.” La solitudine dell’uomo e la sempre più crescente incomunicabilità –quasi clinicamente accertate dalla realtà e, in quest’opera di Liliana Zinetti, riportate nell’impianto metafisico della parola- non si sottraggono definitivamente –dunque- a quella incancellabile forza animatrice che muove il pensiero(e il sogno, appunto) ad abbandonare una certa carica di drammaticità per ricomporsi in una trama esplicativa fatta di complicità. E’ quella sottile ma pervicace ribellione che trova la sua sorgente e propulsione nella “natura” e il suo variegato linguaggio. Infatti, l’evidente e costante connubio con la natura e le sue “vicende” esistenziali costituisce per Liliana Zinetti il richiamo a una ben precisa letteratura personale, che non può pretendere la verità totale, né ha un potere assoluto di eliminare gli “abissi”del pensiero, l’alterna solitudine degli attimi, ma ha sufficiente forza da far germinare una contaminazione sentimentale, alimentata –via,via- da una conseguente conquista selettiva del linguaggio.
Se in verità il linguaggio dell’arte ha il compito di suscitare e trasmettere emozioni e sensazioni –così da rendere il lettore egli stesso autore e fedele complice, come giustamente asseriva la grande Marina Cvetaeva- esso non può attingere a un sedimento profondo dell’umanità e della natura, come a qualcosa di “immutabile”, senza correre il rischio di essere (anche involontariamente) inautentico. Nulla di tutto ciò possiamo addebitare a Liliana Zinetti, tanto che-grazie all’archetipo illuminato dei suoi versi-non possiamo non rilevare, con ammirata partecipazione, la totale aderenza del suo linguaggio alla matrice autentica del suo sentire. E sono versi –i suoi- che coinvolgono e conducono all’ascolto di una voce profonda che codifica e disegna un’interrelazione universale delle esperienze (non già un “piacere interessato”), a mo’ di sinfonia di un vissuto e di un presente “umanamente” percettibili.
E fedelmente a ciò, la Zinetti proclama sommessamente ma con piena consapevolezza: “Vivo in accumulazione d’albe e tramonti./ Chi ha sottratto il giorno?n i suoi colori/ e i miei passi/ tra la sponda bianca dell’aurora/ e il ciglio rosso della sera?/ …mi dirai che il rumore, il sibilo/del vento che dai monti scende/a sfiorire le rose, la neve/ pesante sui morti, il tanto di un dolore/e il poco di solitudine che suggerisce l’abete/ritto nel paesaggio spento delle ore,/ mi dirai che questo è il giorno?”
Sì,questo è il giorno di ognuno di noi. C’è qualcosa di irresistibile che emana dalla profondità della vicenda naturale, che ci circonda e ci accomuna, da una sua propria libertà, da coinvolgere anche colui che si oppone all’ immaginario, a una insistita inquietudine. Il messaggio poetico dell’autrice è –qui- questo stadio fecondo della fantasia sensibile che riunisce i “personaggi” diversi di una Creazione, verso la quale la gioia (anche solo di un attimo), il dolore, la meraviglia,l’angoscia, la quotidiana domanda dell’esistere, confluiscono in un connubio (altresì apparentemente conflittuale) assolutamente“solidale”, come suggeriscono questi versi: “Vieni, guardiamo insieme gli alberi/fragili di settembre, la danza lieve/dell’ombra tra le case. Domani/ domani parleremo”.
E’ l’idea stessa, il desiderio quasi sottaciuto di un “incontro” –la sua necessità- non solo con “un altrove inabitato/dove tutto è in attesa di tutto”, ma con tutto ciò che il doppio paesaggio rende noto: il naturale e l’umano–quell’intera rappresentanza del visibile e dell’invisibile che non“modifica” il tracciato prestabilito bensì “traduce” e “trattiene”l’immagine della speranza. In tal senso impossibile dimenticare i versi che seguono (dove il “Noi” è un abbraccio universale), ricolmi di umana tenerezza, comprensivi di un “tutto” e tanto poeticamente illuminati. “Noi perduti nell’aprile innamorato/nelle oscure fioriture della neve/noi con negli occhi l’interrogativo dell’alba,/le gronde dei tetti e la  notte/noi abbacinati dall’opacità della luna e dall’oblio/trepidamente in forse tra il nulla e le parole/noi insonni nelle notti e nei  giorni/oscuramente abitati dalla folgore/noi con la ferita non rimarginata/perdutamente in cerca di un luogo/noi delusi ma non vinti/convinti –che un domani/credendoci con forza/tornerà colmo dei nostri gesti/ora spersi in tutto questo vento”.

La  seconda parte di questo bellissimo libro di poesia si restringe attorno a un mondo (apparentemente) più personale. l’autrice, infatti, oltre      che essere una creatura dell’esistente è anche madre e figlia. Il suo sguardo-costantemente tenero- la conduce a posarsi sui “fiori” del suo privato “giardino”: a Silvia che parte e che “il conducente dell’autobus/che ti sorride nel portarti via” e che “so di perderti ogni giorno un poco” e che vorrei “cullarti ancora”, così come la sera culla i vuoti del giorno. A Francesca “che tiene tra le mani il sole” sono dovuti tutti gli azzurri del mondo e tutta la tenerezza di una madre che, come “tenda leggera”, “chiude fuori il buio”.
Ma è la figura del padre, infinitamente amato, che fa della poesia di  Liliana Zinetti una sacra memoria e viceversa, e che qui è rappresentata non solo dentro un consueto gioco della memoria stessa,ma come alimento di un “comprendere” – come entità fisica che ancora porge la sua mano, ancora suggerisce la “parola” che conta: “Cercala tu la parola che ci salva/oggi che le cose non hanno nome” e che ancora “qui gridano gli occhi/che non sapranno primavera./ Cercala tu la parola lieve/il barlume in questo folto di dolore/la parola che va oltre/che ridisegni il mondo/…”.
Il poeta e critico letterario Alberto Bertoni – nel bellissimo saggio “La poesia”, ed. Il Mulino- dichiara: “ Se la poesia è discorso, istanza dialogica filtrata e ritmata nel linguaggio, allora è anche scrittura di una voce”.
E tale è il colloquio che l’autrice intrattiene con il padre da tempo scomparso. Un colloquio a due voci: la sua
-attraverso il verso poetico- e quella di colui che dall’alto di un mistero le suggerisce la parola stessa: “E non so renderti vivo/se non ascoltando la voce del tuo sangue/ -soffio primario, vitale/nell’urna del corpo”:
Ed è in questa infinità del pensiero, in questa identificazione di un rapporto, che si accompagna –solenne, umanissimo, protagonista di una storia- la stesura di un “racconto”: quell’accordo particolarissimo che, come pervenuto da un delicato strumento musicale, non prevede, né può registrare conflitti, bensì ricostituisce e restituisce la musica di un’esistenza: quella sonora potenzialità e virtualità di un amore. “Si somigliavano i nostri silenzi/lo sguardo, quel distacco ferito/dalle cose/….oh padre padre morto padre ancora vivo/ padre che ti porto”. – ebbene a questi versi struggenti ma vividi possiamo collegare l’ultimo di questo intenso libro: “Si volgerà lento/e ancora sarà la sua voce/guarda, nevica” e a quest’ultimo quel “Dimmi della neve” incontrato in precedenza e, infine, il titolo stesso dell’opera, così facendo non può che emergere il senso di una “continuità”. Quell’ “ultima neve”,allora – che la ragione umana e la legge della natura relegherebbero dentro una stasi definita e definitiva –qui diviene tesi di una duplice rivelazione primitiva, che racchiude in sé le chiavi di lettura di una multiforme meraviglia (come, per esempio, quel luccichio vivido pari alla luce divina che sta nel profondo di un dolore) che non si esaurisce nell’estrema sapienza della natura, ma che –proemio di qualcosa che pare già compiuto- ne riscrive, viceversa, l’intero percorso dentro la “tenerezza” di una stagione. E la nuova stagione che“l’ultima neve” reclama è -per Liliana Zinetti- la poesia. E non lo èsolo per lei, ma per l’universo che la ingloba, che la umanizza. Che la rende inestinguibile figlia di un “altro disegno”, a cui la Creazione e quindi la creatività appartengono. E’ quell’ “ultima neve” che si affranca duratura alla terra e risultava tanto cara al cuore siberiano di Evtusenko. Quella che copre ogni cosa, senza distruggerla. Che custodisce il seme della “nuova parola” e che tutti attendiamo perché sposa di un “diverso” silenzio.

Silvio Bordoni

 

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