Con il ricordo ancora vivo dei bellissimi versi intrisi di un amore totale,di storia intima aperta a un riscontro più ampio del senso della vita,apparsi in “Per una manciata d’amore”- (ed.Libroitaliano-2002-MI) sono accostato con curiosità a questo “Albicocche per miei ospiti” ed. Lietocolle 2006-(al suggestivo e significativo perchè di un tale titolo rimando alla nota a fondo libro).
Qui, Manuela Bellodi, ha deliberatamente e con gioia scelto una singolare ricognizione nel mondo della natura,intuendo-anche a fronte di una precisa sensibilità femminile-come la natura si presti a una osservazione umana correlata a una comunicazione con gli strumenti del linguaggio.Quando il profumo dei fiori di tiglio le fa dire :”hai spezzato il digiuno/spazzato via la noia/ colmando un vuoto /altrimenti incolmabile/ di gioia/… E’ il pensiero di te/ mia libertà/ e sapienza”, significa che l’apparente finzione trasuda sensazioni che altrimenti giacerebbero nei sentimenti più profondi e segreti dell’animo.
I fiori, gli alberi,i frutti di questo suo giardino, che si offre ai suoi e nostri occhi e non solo,contemplano quell’animazione della natura che contribuisce alla formazione di una unità di pensiero dentro l’immensa mappa del Cosmo.Del resto ogni libro di poesia è un giardino, come ebbe a dire Garcia Lorca, il quale aggiunse anche: “beato colui che lo sa piantare e fortunato colui che toglie le sue rose per darle in pasto alla sua anima”. Un giardino reale Manuela Bellodi lo possiede per davvero sottocasa, in aggiunta a quello immaginifico. Lì la poesia si offre auna conoscenza e a una certa filosofia.
Nella storia della filosofia, infatti, ricompare più volte questo motivo del giardino come luogo ideale per una conversazione anche filosofica. In tal senso simboli stimoli furono appannaggio ,a suo tempo, anche di grandi poeti e scrittori, come Rilke ed Herman Hesse. L’idea del germinare, del crescere ma anche dell’appassire e del morire per ricrescere fa si chela solitudine dell’uomo e l’incomunicabilità siano destinate a coniugarsi in direzione di un rituale profondo e sensibile. Il giardino, il bosco con i loro frutti e fiori cavalcano le pagine della stessa Bibbia, trovano nel mondo orientale il culto del meraviglioso silenzio, la contempalzione di un’oasi di pace.
Così è per Manuela:”Sotto il pergolato d’uva/senza pensare a niente/ che non sia/cielo-terra-azzurro. verde/ svuotata di tutto, finalmente/fuori di me/Ciottolo levigato/ io stessa.”

Anche in questi versi fiorisce la circolarità dell’amore, sia come desiderio personale, inalienabile,che come aspirazione e risoluzione ultime dell’uomo. A tale proposito non possiamo non citare una delle più belle poesie del libro,premessa e testimonianza del pensiero bellodiano: “Sarò felice/ finchè avrò albicocche per i miei ospiti/ e per te/ un pensiero violetto di lavanda…” Ma ciò che lega,che esalta questo connubio tra la natura e Manuela Bellodi è il felice ricorso alla rima poetica, la quale perde quella funzione meccanicistica, che talvolta siamo abituati a riscontrare: una magia nuova che soccorre l’immaginazione e il contenuto intimistico, colorandoli di stupore nuovo e autentico: quello stesso che annulla i confini, le barriere, e ridisegna il volto e la dialettica della Creazione: “si può fare della vita/ un giardino/ e le cose da coltivare sono tante/ orti,interessi/ amicizie/ perle/ piante/rose antiche/ e orchidee rare./ Apparentemente ultime:/ l’idea di te/ ela voglia d’amare:”

Verdello,9 Ottobre 2006

 

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