dal sito Carte Sensibili

 

“La poesia è per me quello che resta delle lacrime del mollusco per spazzare o avvolgere il granello di sabbia che gli si conficca dentro. E quel peduncolo sottile che lascia fluire bicarbonato di sodio per la sopravvivenza o per la resilienza, e che mantiene saldo il legame con il fondo, si chiama nacre o madreperla. Da lì s’avvolge e solidifica
secondo il suo piano genetico la conchiglia, la tana che accoglie e salva dalla follia dalla solitudine dal disamore; insomma, la vita. La conchiglia, alla fine, è il dono che altri, se vorranno, avvicineranno all’orecchio per sentire restituita la propria voce forte dell’eco
delle parole in attesa. In una trottola di innocenze e radici incrociate, in un caleidoscopio angolato in tre cartoni e due specchi. Dentro, briciole di carta, semi disseccati. O anche soltanto le vocali; alle parole basta un soffio, poi s’imparano da sole e volano insieme.”

Inizia così Golena,  la raccolta di Elia Malagò per la nuova collana di LietoColle: Una via altra di pane, tavola e molto silenzio, diretta da Anna Maria Farabbi. E anche la nota che lei scrive per spiegare le sue scelte, relative alla collana editoriale, merita di essere letta e
meditata, in un tempo in cui transitano così tante, troppe parole che spesso non hanno niente altro che rumore in sé e altrettanto sollevano intorno a sé per farsene un trono, di vuoto  commercio. Scrive A.M. Farabbi nelle sue note: Ho accolto l’invito di Michelangelo Camelliti per creare una via dentro la grande polis di Lietocolle.

Credo che la figura di curatrice di collana abbia in sé grande responsabilità, esiga impegno di lettura, di studio, di scelta, polverizzando clientelismi e interessi opportunistici di scambi commerciali letterari. Il mio lavoro è semplicemente un’opera di servizio nei confronti della poesia.

Credo anche che la letteratura viva al di là delle piazze di scambio. Ma al di qua dei piccoli, intensi, orti onesti, dentro cui l’ individualità umile cuce in modo totalizzante il suo rapporto con la
parola e il canto.

Creerò un viario marginale, su cui cammineranno artisti e opere eccentriche, cioè poste volutamente fuori dal centro, grazie a una società letteraria che ha ben codificato canoni e comportamentalità adeguate.

Sceglierò personalità e inchiostri eretici, che diano testimonianza di grande qualità interiore, fuori da compromessi, perseguendo solo un filo di ricerca espressiva originalmente personale. Questi nomi e cognomi patiscono ancora dimenticanze, inabissamenti, fraintendimenti, mancanza di visibilità editoriale e critica.

Indicherò opere e poeti che possano apportare notevole contributo a un tappeto presente, spesso decadente, rivolgendomi a tutto il pubblico ma, in particolare, a quei lettori giovani che hanno bisogno di tasselli di memoria, maestri rivoluzionari per nuovi orientamenti.

Ringrazio l’editore di aver accolto la mia ambiziosa ricerca. Gli sono grata anche di condividere il titolo che ho voluto imprimere: lunghissimo, anomalo, dentro cui pianto parole per un canto condiviso, che apra meditazione, piacere e coralità.

Sulla scia di questa premessa precisa, una dichiarazione di intenti chiari, netti, ho letto tutto il testo, seguendo gli argini del fiume di Elia. Poi sono tornata indietro. E qui mi sono fermata, ho fatto stazione e, retta, ho guardato indietro nella mia vita.Credo che questo riescano a farlo solo i buoni libri, solo la parola poetica che ti si affianca e prende con sé anche il tuo passo.

Sono nata a lato di un fiume femmina, si dice La Brenta, non il Brenta, e questo già indica la differenza con tutti gli altri fiumi. Ho visto il grande fiume, il Po, da adulta e per visto intendo percorso, in tanti giorni di molti anni e in tutte le stagioni, amandolo come si fa
con un fratello o un padre ma anche con un amante. Molte le storie che vi ho vissuto, a cui ho preso parte, attraverso cui sono rinata in me, mi sono ridata ad un’altra me stessa. E’ lì che ho visto i campi innaffiati da getti di arcobaleno, non soltanto acqua, è lì che ho ripercorso la storia dei maceri e delle macerie della vita di molti. E i due fiumi si sono come intrecciati, attraverso le loro clessidre di polveri e materiali trascinati fino a quel mare che tutto ingoia, o ingioia attraverso la sabbia fine dell’una, e quella più grossa e nera, rivista nelle archeologiche argille del Museo dei Grandi Fiumi che a lungo ho frequentato, dell’altro, grande e possente, infuriato e in piena, o dolente e senz’acqua sempre un poema, che mi ha mostrato il suo costato scoperto d’estate, in secche tragiche, con le ossa esposte nei cretti delle rive. E le isole, di luce e parole, di acqua e vento,
che in entrambi i fiumi spuntavano come per un sortilegio da labbra di terra e lingue d’argine, dalle canne e dagli alberi a pesca in quelle acque, in cui annegati e pescatori, bambini e donne, cacciatori e mugnai e fame e pellagra sono transitati come i tanti legni trasportati dai monti a valle. Ma. La golena è tutto un altro mondo, è la gola della possibilità, il ventre e il liquido amniotico in cui si tessono le membra delle genti e degli esseri tutti, vegetali minerali e animali, orti e culture, relazioni dove prendono corpo anche le nuvole,in un laboratorio di preghieremusiche che ci piovono addosso, e dentro,  storie che crediamo sogni e segni che vogliamo siano verità.Le nostre mappe di città, l’andare e venire per strade con le nostre impronte sopra, senza che l’onda le cancelli e poi i cancelli e, dietro, gli orti i campi e le edicole dei santi e il cane e i suoni, il
tempo che batte i suoi tic nel vano di una stanza mentre alato il cuore segna, a lato di altri noi stessi, invisibili e senza volto, un altro tempo, senza tempo.

Nasciamo dalla pancia di nostra madre che taglia il cordone del suo cielo, per lasciarci in questo alt(r)o mare cosmico e da una madre ad un mare non ci accorgiamo di nuotare, in un annegamento dell’origine, in quel guscio di perla, in cui calca/re è la calca di un regime d’
anime che vogliono tutte nuotare in questa vita di terra aria sangue e nuvole, una corrente elettrica in cui le forme non smettono di essere orme ora un altro, me comun(qu)e. E metto tra parentesi le perle della parola, guscio, uscio e punto, g, di immenso piacere, nel filatoio, del suo fiato, in cui il mondo resta rigenerato. Un paese e un paesaggio, un saggio passaggio e un saio, un monaco con il suo  staio in cui passare la sabbia fine, d’ogni suono e suolo, dell’affresco con cui tu, carissima Elia, dipingi il mondo tra le gole del cielo, fattosi terra, radice e ceppo di vita, in una fitta trama d’acqua, mulini, molinelli e magistrale mi(ni)steri di varianti, in cui i sogni sono piantine messe a terra/ e aria soffiata come nell’aquilone…dove sto ferma come in una stazione, dentro i viaggi in piantine geografiche di territori che sono “messe”, messe a disposizione, per un raccolto di
terre, tutte diverse, tutte dei dintorni e , come sempre, interiori.

fernanda ferraresso

Da Golena, Elia Malagò

fuga

Eccoli, gli esperti che ti rubarono l’anima prima che nasca
scavano nel mulino e sotto l’acacia rossa
neanche temprata la terra magra
ah, la terra che povera si mette alla prova
e ci sta un po’ sorniona e un po’ idiota
che fa lo stesso sul passo breve della scommessa

Piantumare una strada sterrata di prima periferia
strappata a siringhe notturne e improvvide ragazze di via
nell’autunno del muro che incendia la testa
di sogni.I sogni,

i sogni sono piantine messe a terra
e aria soffiata come nell’aquilone incerato
sotto il fienile che aspetta la sua ora per volare
o dirsi: ho visto il vento che soffia altrove

e se va sul suo meridiano
mica lo devi fermare

ché tutto si tiene

magari domani qualcuno lo trova
quello che è scivolato di tra le dita

*

càpita

quando non lo sai, neanche ci pensi
o almeno non te lo dici, non ancora,
ché invece sei già in cammino
aspetti soltanto l’accordo del cuore per accelerare
su una parola mancata uno squillo
il rapido incrocio al semaforo
il cenno degli occhi intravisti sotto la sciarpa.

A giornata consumata sale il ronzio confuso
di un dolore lontano tutta la vita

tutta la vita per tenerlo lontano
stava a lato come il cuore
e le fughe in golena a cercare la casa
che lo sia

ti allagherà

*
Ordito

(deux et deux quatre
quatre et quatre huit
huit et huit font seize…
Répétez! dit le maitre)

Alla fine
dove anche le virgole sono aria che si arena
tra le corde

impari che non si impara per tutto il tempo
passato a disfare e tenere a mente il passaggio
e lo scarto
i fili nuovi s’ingarbugliano appena più in là

quel che c’è da sapere lo sai la prima volta che anneghi

mai che riconosca l’onda
né la vecchia rubilia a segnale