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Premessa

Alla domanda, forse inopportuna ma certamente legittima, su quale sia la direzione verso cui sta andando la poesia contemporanea, non è certo facile rispondere. Quella che Pier Vincenzo Mengaldo1 nella sua preziosa ricerca di qualche decennio fa definiva “la tradizione del Novecento” (che era il titolo del suo libro, edito negli anni settanta) rischia di essere ampiamente contraddetta, o comunque ‘superata’; del resto sia la linea portante della poesia italiana del ventesimo secolo, quella battezzata “ermetica” da Francesco Flora – tendenzialmente contratta, non melodica ma piuttosto lapidaria, spigolosa e icastica, consacrata in modi diversi da Campana e dal primo Ungaretti – sia quella “antinovecentista” più fedele consapevolmente o inconsapevolmente ai moduli canonici e nostalgica della ‘melodia’ di una musa cantabile, intimamente più “lirica” (da Saba a Cardarelli, da Bertolucci a Penna a Caproni) sembrano decisamente appartenere al passato già dai tempi delle avanguardie, o meglio delle neoavanguardie (giacchè Pasolini negli anni di “Officina” non opera ancora una decisa frattura coi “maestri”): è con i proteiformi e paludosi esperimenti di destrutturazione/distruzione del tessuto sintattico e del dettato lirico operati dai Novissimi, Gruppo ’63 e affini che si compie lo stacco radicale da ‘tutta’ la tradizione italiana ottocentesca e novecentesca in un confuso tentativo di repechage delle avanguardie surrealiste: da quegli anni di subbuglio ideologico (più che di profonda ispirazione) da cui la letteratura non ha potuto né voluto restare immune, la ‘tradizione’, proprio nel senso etimologico di qualcosa di ‘tràdito’ che non dovrebbe essere ‘tradìto’, è diventata il fantasma di se stessa, l’ombra penosa di un corpo di luce troppo eterea e sublime per potersi preservare dall’inevitabile offuscamento atmosferico e dall’altrettanto inevitabile “svanimento” che è, per Montale, “la ventura delle venture”.
Che ne è stato, insomma, della musa lirica, nella rutilante e opaca ‘findesiécle” novecentesca così desolatamente diversa da quella che ci ha dato i più grandi capolavori, in prosa e in versi, della letteratura europea moderna? E nella grigia aurora computerizzata di questo terzo millennio qual è il destino della Poesia in senso lato (visto che quello della lirica pare già inequivocabilmente certo)?

Dal modello di poesia tradizionale, concepita come strumento di espressione eminentemente musicale dei sentimenti umani, che dovrebbe mantenere come suo primo vessillo una visione del reale autonoma e potentemente trasfiguratrice, si è passati a una concezione di “poesiadocumento”, testimonianza di situazioni contingenti, strumento dell’ideologia, specchio e riflesso delle esigenze o delle mode culturali, della confusione di pensiero, del disagio e dell’incertezza esistenziale intellettuale sempre più tristemente dilagante. Esperimenti di smontaggio e rimontaggio hanno così portato a compimento quel processo di frantumazione della forma e disarticolazione della totalità (cui allude tanto spesso Claudio Magris nei suoi scritti) presagibili già nelle inquietanti e fascinose innovazioni linguistiche del Decadentismo: la differenza –sostanziale – è che in quei sommovimenti si celavano i semi di una grande rivoluzione, mentre in certe sfasature e pretestuose elucubrazioni della scrittura delle ultime generazioni c’è più che altro, come ha osservato acutamente Luigi Baldacci, la pretesa di rendere enigmatico il vuoto, e talvolta la banalità, o un’apatica inerzia senza palpiti.
Anche lo “studioso del genio” Harold Bloom nel suo “Canone occidentale” afferma che la poesia dei nostri tempi, abdicando al sublime, rischia di diventare una sorta di arido“gioco di prestigio”.
Eccola la sorgente del “gap”, della ‘debacle’: l’abdicazione al sublime. La crisi dell’ispirazione e della parola magica, della poesia pura e della linea più o meno ‘melodica’ – ma comunque lirica – è dunque un corrispettivo della crisi esistenziale indotta dalla civiltà tecnologica? Si ripropone qui la mai abbastanza vexata quaestio: in un’epoca governata e dominata dalla macchina, il sentimento e la poesia come attività liberamente creatrice del “sentire di un’anima musicale” sarebbero dunque irrevocabilmente condannate a morte? Quest’ultima parola, molto cara a una certa categoria di critici, ha avuto un largo impiego nelle storie letterarie, molte volte “en hazard” o inopportunamente: “morte del romanzo” e “morte del canto” sono pittoresche, o meglio lugubri etichette apposte in momenti diversi al genere della narrativa (lo Svevo della “Coscienza” ad esempio) e a quello della poesia (per l’ultimo Montale, di Diario e Quaderni).
In realtà, com’è ovvio e perfino scontato ricordare, nulla muore veramente o completamente. Nulla si perde per sempre. Se è vero che la linea lirica e melodica ha subìto una serie di inevitabili metamorfosi o patito fieri colpi e continua a subirne per il proliferare di sperimentazioni sempre più ardite nell’età del multimediale (videoscrittura, poesia visiva, che del resto aveva già sperimentato lo stravagante Apollinaire nei suoi Calligrammes), è altrettanto vero che la ‘tradizione’ trova modi sotterranei di continuità e persistenza/resistenza.
Come notava anni fa Mario Luzi con la sua consueta finezza, vivere “al bivio delle metamorfosi” – metafora perfetta della cultura e dell’arte odierne – comporta una serie di rischi, il primo dei quali è la confusione babelica (ovvero del blabla glossolalico), ma non esclude anzi implica la meravigliosa possibilità del “nascondimento” e della rigenerazione dei semi più profondi “sub specie novitatis”. Una sfida, insomma, e non da poco.
La domanda cruciale è dunque questa: è ancora possibile che la musa poetica coniughi libertà e novità a quell’”alto e profondo sentire” che l’Anonimo del Sublime, maestro e archegeta d’ogni dottrina poeticoretorica, poneva come primo e indispensabile elemento dell’operare artistico?
E’ ancora Mario Luzi a ribadire il concetto che in poesia la parola deve comunque “volare alto” e spogliarsi di inutili scorie:
Vola alta, parola, cresci in profondità,
tocca nadir e zenith della tua significazione,
giacché talvolta lo puoi – sogno che la cosa esclami
nel buio della mente –
però non separarti
da me, non arrivare,
ti prego, a quel celestiale appuntamento
da sola, senza il caldo di me
o almeno il mio ricordo, sii
luce, non disabitata trasparenza…
La cosa e la sua anima? O la mia e la sua sofferenza?
Se è vero, come continuiamo a credere (forse in pochi) che la grande poesia si accompagna naturalmente a questo sentire “sublime” e che almeno in arte esiste, deve esistere, la perfezione, perché la poesia delle ultime generazioni sembra aver perso la speranza e la voglia di scalare quelle vette?