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Pusterla6Nel 2008 Fabio Pusterla pubblicava con LietoColle una plaquette di appena cinque poesie, il cui titolo, Movimenti sull’acqua, costituisce già una precisa chiave di lettura. Esso aderisce, infatti, a quel sentimento di provvisorietà e d’incertezza, di difficoltà definitoria dell’esistente, che permea l’intera produzione poetica di Pusterla e ne costituisce la sottesa intelaiatura intellettiva ed emotiva. Di fatto l’acqua, elemento mobilissimo e instabile, accentua la transitorietà di qualsiasi movimento tracciato sulla sua superficie, consegnando lo spazio-tempo alla percezione della sua inafferrabilità, e, di conseguenza, la vita stessa alla rinuncia di una possibile, razionale “comprensione” (termine, quest’ultimo, che, etimologicamente, rimanda al gesto dell’afferrare). Se “movimenti sull’acqua” sono le esistenze di tutte le creature, segni labili e a-significativi che saranno cancellati dalla liquida avanzata del tempo, il senso metaforico-simbolico dell’elemento acquoreo finisce con il prescindere dalla necessità di una sua presenza lessico-figurale strettamente ripetitiva. E, infatti, il movimento che nelle prime due poesie trascorre sull’acqua, si compie nelle due successive nell’aria o sulla terra, per poi trasfigurarsi, nella quinta ed ultima poesia, in una sorta di tensione metafisica grazie all’immagine della rosa svettante verso l’alto: fiore visibile che “ondeggia e non si sfa”, ma che, allo stesso tempo, rappresenta un archetipo, una figura mentale attraversata da una lunga tradizione simbolica: “È una rosa vecchissima e nuova. / Gioca il suo gioco. Rifiorirà”. È “la rosa di nessuno” di Celan, è la cancellazione del nome, il fiorire dell’essere umano nel Nulla. È “la rosa profonda” di Borges, simbolo dell’indicibile. È l’insieme di tutti i fiori sparsi nei versi di Jacottet, i quali promettono “che ogni cosa sia più di ciò che appare essere”. Alla rosa è affidato il mistero della bellezza, in cui, come afferma lo stesso autore in una recente intervista, “risiede forse la nostra estrema possibilità di strapparsi alla forma biologica, alla pura casualità, alle forze cieche”. E la bellezza nutre la speranza, poiché, come recitano i versi della seconda delle “Lettere da Babel” (nella silloge Corpo stellare), “non siamo sicuri di niente. Ma speriamo. / Assurdamente speriamo / Il fuoco è acceso”.
Il primo testo, che dà il titolo alla plaquette, è tutto costruito su una scelta accuratissima di termini che restituiscono il ritmo fluttuante dell’acqua e la sua superficie cromaticamente cangiante, dove i colori, riflettendosi e variando dal grigio-azzurro al bianco, tra “il ping pong delle luci e delle ombre” e i soffi del vento,  danno vita a fugacissimi brividi, ombre, riverberi; mentre intanto anche le creature animali sembrano non avere quiete: i gabbiani ora “rimangono sull’acqua rannicchiati”, ora “si alzano in volo”, per poi planare di nuovo “con poco spruzzo”; e  i pesciolini del lago “guizzano lungo sentieri mutevoli”.  A chi li osserva, da una sponda del lago, il mutare delle loro traiettorie, gli improvvisi ondeggiamenti del desiderio, sembrano del tutto casuali, così da generare solo supposizioni senza alcuna risposta che possa definirsi certa. Ma quello che trasforma questa osservazione così dettagliata del paesaggio in altra cosa che una semplice capacità descrittoria, è la strofa finale, in cui il poeta usa il pronome “noi”, come volesse convocare tutta la famiglia umana nello spazio di una comune labilità e insignificanza di gesti, movimenti, decisioni, altrettanto illusori e inconcludenti che ne caratterizzano l’esistenza. “Forse”, “senza motivo apparente”, “distratti”, “senza ragione”  finiscono, così, con l’evidenziare, negli animali, negli elementi naturali e negli uomini, la stessa perdita di senso, la stessa “spettralità dell’esistenza”, secondo una definizione recente dello stesso Pusterla.
Nel secondo testo il movimento sembra coincidere semplicemente con un desiderio, un’attesa di cambiamento, visto che di fatto il paesaggio si offre allo sguardo immobile e monotonale: “Molto grigio”. La speranza di una probabile variazione è affidata a delle ipotesi: “potrebbe cadere un raggio”,  “se transitasse un battello”; e, se tutto ciò si verificasse, allora l’osservatore potrebbe vedere “un battellino mogio” che “per un istante sarebbe abbagliante, bianchissimo”, superlativo, quest’ultimo, che chiude l’ultimo verso, antitetico al “molto grigio” che chiude il secondo verso, secondo una tecnica compositiva molto cara all’autore.
Ma se si trattasse solo di questo, potremmo dire che il poeta ha dato vita ad una sua raffinata immaginazione; e, invece, i versi “se transitasse un battello, arrancando / come qualcuno che si fa strada nella vita di ogni giorno / a fatica, senza troppe speranze, a tentoni”, mettono in luce il ricorso a piccoli squarci quasi narrativi del quotidiano, per comunicare stati emotivi e condizioni esistenziali comuni a tutti gli uomini,  e traslitterare il senso ultimo del testo.
L’elemento acquoreo scompare nel terzo testo “Una luna che balla”, ma non, come già prima accennato, il movimento incessante delle cose, che si compie questa volta nello spazio di un cielo notturno; solo che qui il mobile chiarore che filtra appena attraverso le  nuvole e la foschia non ha un’origine sicura: dei fanali, la luna, segnali? – si  chiede il poeta.
Ancora una volta mancano le risposte. E però, ancora una volta, l’incertezza e la velatura del reale sono contrapposte all’immagine molto vivida di alcune bacche rosse che splendono “sotto gli ultimi lampi d’estate”; così che alle domande dei versi iniziali  ed al pallore offuscato del cielo, prima del temporale, fanno da contraltare la vivida concretezza e lo stupore vermiglio delle bacche illuminate dai fulmini per qualche secondo. Viene in mente la brevissima poesia di Pascoli, “Il Lampo”, ambientata anch’essa in un paesaggio notturno illuminato dal bagliore improvviso di un fulmine, che rivela per qualche istante una casa bianca; ma l’epifania del Pascoli è tragica, di natura memoriale; mentre quella di Pusterla è puro stupore. (E ho voluto chiamare in causa Pascoli, perché mi sembra che il suo influsso sulla poesia di Pusterla non sia trascurabile, sebbene quest’ultimo si dichiari nelle varie interviste debitore nei confronti di Montale, Jacottet, G. Orelli,  ed altri poeti, ma mai, se ricordo bene, di Pascoli). La tragicità dei versi di Pusterla risiede, casomai, nella consapevolezza che l’uomo riesce a squarciare il velo della verità solo grazie ad un qualche evento improvviso e casuale; e che, in ogni caso, la rivelazione resta parziale, somigliando allo sbigottimento di un’intuizione momentanea, più che ad una forma di conoscenza capace di spiegare il Tutto (In questo testo è, invece, il Montale di “Forse un mattino andando in un’aria di vetro” a venire in mente)
Rimane da analizzare il quarto testo (del quinto, l’ultimo della plaquette, si è già prima parlato), il cui soggetto è un animale (gli animali sono costantemente presenti nella poesia di Pusterla): l’aspide, che, scendendo da un bosco verso “il cuore turistico della città”, giunge “alla perla del lago” e si attorce a “un ramo davanti al Kasinò”. Alla descrizione dell’aspide è dedicata la metà dei versi;  e quello che recita: “la velenosa, ipnotica, mesmerica” fa uso di quella triade aggettivale che è tipica di Cattafi, altro poeta amato da Pusterla. Niente in questa sorta di scheda scientifica, che descrive il soggetto del testo, sembra in un primo momento avere una qualche  relazione con il tema della decomposizione e del disfacimento fisico e morale dell’uomo e delle cose che s’accampano, invece, nei versi successivi. Ma l’aspide velenosa, giunta al cuore della città, è, di fatto, il simbolo stesso dell’uomo, sempre più lontano dal bene e dal bello, e del suo malessere interiore sempre più profondo, che sta infettando anche la natura, con la quale non solo ha rotto ogni alleanza, ma che minaccia con la sua avidità. La sordità all’incanto dell’animale, la sua cecità, il suo veleno, la sua selvaticità, il suo malessere, alludono ai mali stessi dell’uomo contemporaneo, spiato dall’aspide nel Kasinò, nel luogo in cui il denaro diventa rischio e gioco, e il desiderio un impulso arido ed insensato.
Già nel 2002, nel suo lungo ed interessante saggio “Dopo la poesia”, Roberto Galavarni si soffermava sull’idea centrale di mutamento che la poesia di Pusterla, fin dal suo esordio, inscenava verso la direzione del corrompimento e del disfacimento delle cose, vedendo in esso la spia di un disagio interiore, di una responsabilità nei confronti del lettore, se non addirittura una “volontà di espiazione personale”. E immaginando, però, che negli anni a venire, proprio la rappresentazione del mutamento avrebbe potuto costituire per Pusterla il presupposto di un dinamismo etico, di una crescita di assunzione di responsabilità, nel senso di un nuovo atteggiamento rispetto alla materia cantata. Cosa che, di fatto, Pusterla ha consapevolmente e coerentemente acquisito nel corso degli anni, tanto da dichiarare in una recente intervista che il valore profondo della poesia non può esaurirsi in “un semplice atto comunicativo”, che “la possibilità di costeggiare la realtà con una rappresentazione in parte narrativa” debba aprire al lettore “prospettive diverse”, e che per queste ragioni la poesia rimane “un linguaggio complesso e, inevitabilmente, difficile”.