(…) Marta non avrebbe portato via nulla con sé. Voleva sentirsi leggera, voleva lasciare lì. tra le cose apparentemente dimenticate, anche quel velo di tristezza che copriva il suo volto. Non le apparteneva: le era stato imposto. Un velo pesante ed insidioso. Quel velo la opprimeva: era il segno della sua sottomissione. Lo avrebbe lasciato scivolare lungo le scale (…).
(…) Un errore, un errore accomunava me e Marta: l’aver cercato dentro di noi qualcosa che ci aiutasse a capire quanto stava accadendo. Avevamo così attinto dal pozzo l’acqua che noi stessi vi avevamo versato. Ed ora continuavamo ad avere sete (…).
(…) La sentiva arrivare. Marta sentiva arrivare la crisi, il momento in cui non è più possibile guardare indietro. Il momento in cui le catene si spezzano o si richiudono per sempre. Aveva sempre rinnegato se stessa, ora abbandonava quel sé rompendo lo specchio nel quale non si era mai riconosciuta (…).
(…) Avevi un’idea di come fare? Di come procedere in quella che tu ritenevi la tua liberazione? Era quello che ti assillava. I tuoi dubbi, alla fine, ti rendevano immobile. La paura ti costringeva all’esilio (…).
(…) Il racconto di sé diventava la sua pelle, le parole, le sue labbra. Il ricordo, un amplesso. Una frase, un bacio. Di chi eravamo? A chi appartenevano le nostre esistenze? La sua, la mia. Vivevamo in quell’istante sospesi ad una sincope. Eravamo, in quell’abbraccio, sprovvisti di un destino (…).

foto: Jenny Liz Rome-Roses

[button link=”http://www.lietocolle.com/cms/?page_id=4631″ color=”orange” size=”small” target=”_self” animation_type=”0″ animation_direction=”down” animation_speed=””]ARCHIVIO[/button]