1332855897458azzurra_okLa poesia di Azzurra D’Agostino è un invito all’attenzione dello sguardo verso l’essere e alla pazienza dell’ascolto di quella sua “sillabatura (…) che ci dice e sempre”. E, poiché tutte le cose, sia che accadano ripetitivamente, sia che si offrano come epifanie improvvise, o che affiorino dalla memoria, s’inscrivono nel tempo, la conoscenza di sé e dell’altro non può fare a meno di questa categoria per stabilire nessi relazionali e successioni di consequenzialità sottratte al buio del caos. Per questo motivo l’inevitabile risposta alla domanda “ma quale, quale, qual è il mio posto” (pag. 21) è  quella che si legge nell’ultimo verso del testo “tra amici” (pag. 33):“il posto che abitiamo è un quando” ( in cui, significativamente il pronome “io” cede il posto al “noi”). La risposta, suggerita da un’intuizione improvvisa, giunge dopo un inanellarsi di immagini che, sottratte a qualsiasi ordine, ubbidiscono soltanto a una sorta di flusso emotivo, ad un ritmo memoriale  fluido – libero perfino dalle pause dell’interpunzione – che si arresta sull’unico punto fermo che chiude il testo. E che sembra svolgere non tanto una funzione logico-sintattica, ma visivo-simbolica, disegnando sul foglio l’arresto di tanta fluvialità verbale  a ridosso dell’ultimo termine dell’ultimo verso: quel “quando” che si accampa come la meta rivelatrice, determinando anche la fase successiva dell’iter conoscitivo tracciato dalla poeta all’interno della silloge: la consapevolezza che non c’è bisogno di aprire spiragli, fessure, feritorie nel corpo del reale per approdare ad una dimensione metafisica. La visione, infatti, sgorga dalle cose stesse e la scrittura poetica può comunicarla  grazie alla disposizione delle parole nei versi, imitando “l’argento della catenatura”.
L’approdo a questa “verità”, che si mostra tanto più chiara e luminosa, quanto prima era opaca e sfuggente, si trasforma per la D’Agostino in una sorta di subbuglio, in una sensazione di gioia particolarissima, in quanto attinente alla sfera della conoscenza. Adesso, finalmente, l’autrice si pone in ascolto con tutto il corpo del canto delle cose e del mondo: “allora potrei franare quando mi abbracciano quando mi suonano e mi cantano quando c’è del canto nel mondo e in tutte le cose  le cose tutte che si mettono a cantare” (pag. 35); mentre, intanto, gode la calma della “bestia che allatta”,  cioè la pienezza della vita stessa che si dona costantemente.
La risoluzione del travaglio dell’indagine (che caratterizza quasi per intero la prima sezione del libro, “la mostra del tempo”) ha inizio con il testo “Poiesis significa fare” che apre la seconda sezione (“Feritorie all’altro mondo”), in cui Azzurra D’Agostino – “i fogli sui ginocchi”-  dichiara di sentirsi affratellata “a tutti quelli di prima e di poi” e si accorge d’essere vocata, come tutti i poeti,  ad ascoltare “lo zufolare lento delle cose” e a ripeterlo per ricreare il mondo e condividerlo con gli altri.
Ci si accorge, dunque, a lettura ultimata, che la presenza delle due sezioni all’interno della silloge ubbidisce ad un intento comunicativo: nella prima Azzurra D’Agostino ha voluto rappresentare il tentativo maldestro di comprendere le cose senza immaginazione, lasciandole inerti ed insignificanti, slegate l’una dall’altra in un “ordine di mano venosa” “fino al lasciare tutto così -/ inasprito dal mancare”. La mancanza di relazione: “Siamo pochi e non è amore/ nell’aria opaca noi mescolati” (pag. 13), di sacralità insita nell’esistente: “Stiamo ed è lo stare/ del mancato gesto all’acquasantiera”, di ritualità del battesimo nominale: “ma non è l’amore che ci bagna no”, rende gli incontri casuali e quasi animaleschi, tanto che il cuore somiglia, dopo, ad un nocciolo rosicchiato “tutt’intorno come le pesche”.
L’iniziazione al “dovere” dell’amore, che si dispiega nella seconda sezione, è preparato, però, negli ultimi due testi della prima sezione, da una dichiarazione di ammissione della propria fragilità:  l’annunciano le moltissime “rose” (pag. 24) che colmano i versi della loro vivida bellezza in attesa di donarsi gratuitamente “alla giusta porta”; la confermano i versi di “specchi” dai quali s’innalza un’appassionata invocazione all’amore. Il testo potrebbe perfino essere definito una riscrittura laica della bellissima lettera di San Paolo ai Corinzi, così tante sono anche le affinità stilistiche fra i due scrittori; per fare un esempio, la domanda “a che serve se” di Azzurra De Agostino, che ricorre ben sei volte, rimanda facilmente ai “se anche” , “se avessi”, “se avessimo” reiterati nel messaggio dell’apostolo. Solo che la caritas teologica di Paolo è sostituita, qui, dal sentimento della tenerezza (con la quale già precedentemente l’autrice si era misurata, confessando di non averne dimestichezza: “e allora penso alla tenerezza, // alla mia poca dimestichezza”) che, Attilio Scarpellini definisce “una forma di accoglienza: una cavità, un’apertura della lingua e dello sguardo in cui la realtà fluisce e quasi s’impiglia”.
In questa breve, ma densissima silloge, così come in tutte le altre di Azzurra D’Agostino, sono presenti anche due poesie (una per sezione) in dialetto tosco-emiliano, parlato ormai, come dichiara la stessa autrice in un’intervista, soltanto da poche persone dai settant’anni in su, “un dialetto misto, sporco, a tratti quasi inventato”. Esso, secondo l’autrice, aderisce a qualcosa di più definito e quieto del presente, che richiede, invece, un linguaggio più complesso e difficile. Eppure proprio queste due poesie riassumono emblematicamente sia la ricerca di senso dell’essere, sia la raggiunta intuizione che le due sezioni della silloge raccontano. Nella prima, “Lutto”, le cose sono quasi delle cianfrusaglie (le vecchie come le nuove) che si contendono soltanto un posto a scapito, nonostante il pianto, dell’attenzione che custodisce e accoglie l’esperienza delle generazioni passate; mentre nella seconda, “in vetta”, quello spazio che in “lutto” si restringeva sempre di più – da  una stanza, ad un armadio, da quest’ultimo ad un sacco della spazzatura- diventa un luogo alto e tutto aperto all’osservazione, all’abbraccio, al dialogo fra la dimensione interiore e quella esterna, fino alla commozione, fino a quella dolcissima paura che fa la bellezza quando tracima. Si rivela, allo stesso tempo, in modo chiaro, il compito della poesia; che è quello di salvare ogni cosa attraverso i suoni, i legami tra parola e parola ed il loro stare sulle pagine con un ordine non strettamente logico-sintattico, ma simbolico-conoscitivo. Così da uno sterile ordine delle cose la poeta approda all’ordine che scaturisce dal canto delle cose, fecondo, vivissimo ed abbondante, quello al quale l’autrice desidera assimilare il canto poetico, ora che ha imparato a “reggere quello sguardo immenso di cielo”. Infine alto e basso si abbracciano e non per necessità metafisica, ma per volontà di condivisione dello stesso destino di fragilità, che è la sola creaturale verità, e perciò la sola bellezza da amare e custodire.

Franca Alaimo