dipinto di  lidia bachis

 

“La divina differenza” è il titolo, chiaramente polemico, che Silvio Raffo sceglie di dare al suo saggio sulla scrittura poetica di Maria Luisa Spaziani, in quanto, alludendo ai versi di Eugenio Montale: “Bene non seppi, fuori del prodigio/ che schiude la divina Indifferenza”, mentre sottintende il  lungo e notissimo sodalizio stabilitosi tra i due poeti, ha soprattutto la funzione di sottolinearne la diversità del nucleo ispirativo. Esso  introduce immediatamente il lettore in quella dimensione metafisica indagata ma infine negata da Montale e accolta, invece, dalla Spaziani come uno dei cardini dell’avida e costante esplorazione del senso della vita che caratterizza i suoi versi, pur nell’inevitabile evoluzione del suo itinerario spirituale e stilistico nell’arco dei sessanta anni di fedeltà assoluta alla sua Musa. Di quest’ultima la poeta – ed è doveroso chiamarla così, poiché detestava la definizione di poetessa che le sembrava maschilista ed escludente –  dà più di una definizione nel corso delle numerose interviste da lei rilasciate, tra le quali molto interessante sembra questa: “La poesia sta tra la terapia e la religione”, che le attribuisce virtù di risanamento e ricomposizione del dolore del mondo, facendone il più alto significante possibile.

Ma fra Montale e la Spaziani, al di là del loro atteggiamento di fronte alla vita, esiste un insieme comune di esigenze di metodo, quali l’osservazione dettagliata della realtà, la ricerca di effetti di musicalità, l’attenzione per la tradizione e l’instancabile lettura dei maestri, e, perfino, la dote dell’ironia, sia pure esercitate con esiti spesso contrapposti. E tutto questo lo si dice perché è quasi incredibile come un cosi lungo sodalizio fra la Spaziani e Montale  sia riuscito ad aggiungere qualcosa ai loro mondi interiori e intellettivi, senza nulla sottrarre all’autonomia ed alla pienezza delle loro differenti personalità.

Silvio Raffo, scegliendo di illustrare l’iter artistico così originale della Spaziani sempre fedele alla melodia del verso, intende anche difendere la poesia lirica dai feroci attacchi che da qualche tempo le vengono rivolti, come dichiara nella premessa al saggio, nella quale, dopo avere definito certa poesia contemporanea come un esercizio vacuo di “smontaggio e  rimontaggio” e di “frantumazione”, s’interroga se “la crisi dell’ispirazione e della parola magica, della poesia pura e della linea più o meno ‘melodica’, ma comunque lirica” non sia  “un corrispettivo della crisi esistenziale indotta dalla civiltà tecnologica”. E, datasi la risposta che nulla “muore veramente o completamente”, a sostegno della sua tesi cita personalità come L. Baldacci, H. Bloom, ed il poeta M. Luzi, il quale auspicava contro il contemporaneo “bla-bla glossolalico” la possibilità di una rigenerazione della parola poetica. In fondo le tesi di Raffo sono le stesse che più volte sostenne la Spaziani, indicando nel Gruppo ’63 l’inizio della decadenza del genere poetico e della sua caduta in un’oscurità comunicativa che aveva avuto come triste conseguenza un assottigliamento, se non una fuga, dei lettori.

Il lirismo diventa, allora, per l’autore una delle chiavi di lettura della poesia della Spaziani, insieme a quelle della memoria, dell’inquieta avventura come ricerca insieme spirituale ed artistica (e tuttavia priva d’ogni approdo nichilistico o debolezza di fede, ché anzi sembra nel tempo maturare fino ad un’attesa, di memoria petrarchesca, della morte come di optima res), dell’inclinazione alla narratività ed alla metaletterarietà.

Silvio Raffo struttura il suo saggio in dodici capitoli piuttosto brevi, ognuno dei quali dedicato ad una silloge della Spaziani, dalla prima editata nel 1954 all’ultima del 2009 (confluite nel 2013 in Tutte le poesie, Mondadori Meridiani); e, poiché in ogni capitolo egli cita anche integralmente molti testi, sottoponendoli ad un’acuta e dettagliata analisi critica e ad un confronto puntuale con le fonti letterarie, il lettore potrebbe utilizzare questo saggio non solo come una mini-antologia, utile ad una conoscenza essenziale della produzione poetica della Spaziani, ma anche come una mappa orientativa circa le preferenze letterarie e i modelli testuali della poeta.

Silvio Raffo, infatti, illustrando il metodo di lavoro della Spaziani, sembra volere ribadire la lieta fatica che presuppone la scrittura poetica, chiamata ad invenire sempre un “come diverso” per cantare i temi eterni della poesia; come pure più volte l‘autrice ha sottolineato, raccontando la gioia provata, fin da bambina quando i familiari le leggevano i versi dei più celebri autori, provocando il lei la voglia di fare altrettanto per raccontarsi.

Forse perché, fra le molte opere poetiche della Spaziani, amo in modo particolare  “Giovanna D’Arco”, ho trovato molto interessante il capitolo ad essa dedicato. In  questo singolare “romanzo popolare” in versi, infatti, come bene evidenzia il saggista, convergono tutti gli elementi propri della poetica della Spaziani: il lirismo unito all’oggettività del contenuto, la fluida narratività, la melodiosità, il rispetto della tradizione (in questo caso, soprattutto,  per l’uso dell’ottava), la “clartè” dei suoi maestri di retorica, l’esperimento linguistico, la forza della memoria, e la visionarietà. Ma quello che più è interessante è l’assunzione dell’io lirico narrante, che rivela una volontà di identificazione della Spaziani nella figura eroica di Giovanna D’Arco, ammirata fin dall’età di dodici anni, quando, come la poeta ha più volte raccontato, le fu regalato un libricino sulla vita della martire sulla quale per decenni si propose di scrivere, in una sorta di perenne gestazione della materia che Mondadori definiva “gravidanza isterica”, perché l’opera annunciata non riusciva mai a venire alla luce.

Tale atteggiamento identificativo è stato agevolato probabilmente da una prossimità caratteriale fra le due figure femminili: la fede, l’amore per la verità, l’anomalia, il disinteresse, la visionarietà appartengono, infatti, ad entrambe; ma soprattutto esse ubbidiscono con lo stesso fervore e coraggio ad una chiamata destinale. Già in un testo “E intanto io scrivo” (Transito con Catene) la Spaziani  sosteneva: “che proprio qui, fra queste oziose carte,/ il mio messia s’è fatto la tana”, e nel poemetto si spinge ad affermare:  “Forse un angelo parla a tutti, eppure/ in quel supremo istante pochi ascoltano,/ pochi hanno l’orecchio e l’ubbidienza / delle radici che a gennaio dormono”:  è il ritorno ad una concezione della poesia come ispirazione che viene dall’Alto,  che dà senso alla vita, sacralizzandola.

In “L’incrocio delle mediane” del 2009, che è l’ultima silloge della Spaziani, la fede nel divino e nella forza della santità, viene ribadita soprattutto all’interno della sezione “Arie cristiane” come  conquista dell’età matura che ha, però, radici lontane, che affondano nell’infanzia.

“Difficile trovare – scrive Silvio Raffo – nel panorama della poesia sapienziale del Novecento…una bomba di energia, di potenza analoga al monito dickinsoniano: “To be alive is Power”(…) Non c’è nessun altro poeta oggi (…) che comunichi un messaggio di così alta e potente energia rigenerante. È grazie a voci come questa, non certo ai rantoli dei moribondi araldi di un cupo ed asfittico nulla, che la Poesia può ancora dirsi vita e la Bellezza salvare il mondo” (pag. 51-52).

 

Franca Alaimo

 

7 Aprile 2015