Il mondo nelle cose di Nadia Agustoni è un libro di avventura, come non lo sono quasi mai i libri di poesia che oggi capita di incontrare. Un libro di avventura avente per protagonisti Venerdì, un foglio bianco, e Crusoe, che questa volta non scrive, non parla. Non si sa chi racconti le vicende dei due personaggi del libro, “chi” lo fa segna un percorso, forse desiderando di dimenticarlo, accostando un mondo al mondo, e poi un altro a ciò che lo compone e sgretola. Non più i due eroi di un romanzo esotico settecentesco, dunque, ma esploratori coinvolti nel turbine presente di una strada, di una mappa disegnata fattasi già storia, perdita, gioia – l’intanto delle cose, in viaggio.

 

“Il mondo nelle cose fino alle parole” – prosegue il verso – facendosi traccia, carta bianca, mano-linea, disegno in dirittura di cammino – segna il passaggio della scrittura attraverso il mondo, per le sue tante strade e infinite cose – come attraverso quel “senso totale” che potrebbe essere l’occhio (la vista, il contatto, raggio dello sguardo), il guardare incontaminato, l’esserci stesso, che incontaminato non è – chi scrive aguzza i sensi tutti, come fossero strumenti a “uso e consumo” di chi può adoperarli, attraverso un manuale naturale di “istruzioni per l’uso del mare e della terraferma”.

 

Tema dell’intenso volume di Agustoni (dei suoi fogli e dei suoi passi) è il viaggio, l’equipaggio è composto da suoni, approdi, piccole esitazioni di una punteggiatura che lascia intravvedere al massimo il respiro dentro e tra le parole, carta lucida, scrittura che, così come va, a cadenza del sentire, non la si legge semplicemente, la si intona magari, la si prova con la propria stessa voce di lettore avventurato e viaggiatore, ed è inevitabile notare l’ombra lasciata dove più si “incanala” lo scrivere, dove avviene d’esserci e scomparire, insieme alla sussistenza delle cose, della natura.

 

Ci si può domandare quali siano le stagioni comprensive di ogni viaggio, quali parti di tempo e di spazio, quali siano le voci e i sentimenti scelti per farsi strada, abbracciare i colori e i compagni, i mezzi e i fini più adeguati per poter arrivare a comprendere ancora il panorama che volevamo essere, e descrivere.

 

Il protagonista ci passa, a staffetta, il proprio biglietto, e in chiusura il libro si auto-dichiara dedicato “a chi soffre”, a chi deve naufragare per l’inganno del mare stesso, della sua infinitudine fino al presente, a chi deve toccare terra e potersi riverificare nella propria medesima cartina geografica, geologica, emotiva. Senza mai trovarsi, probabilmente. Una casa, e un’altra.

 

Il tempo scelto dall’autrice è l’imperfetto, come quello di ogni viaggiatore-narratore, forse.

Il futuro, a un tratto nominato, è esempio di ciò che si fa plurale ed equidistante, è passato remoto, e non un nome, né una definizione da cui muovere un campo di ricerca e di tempo: “quel futuro lo scriveva come le istruzioni su un notes” – “scrisse di sé al plurale, ma omettendo nome e altri dati”.

 

Dire, smettere di parlare – “i passeri volavano in traccia di grano/li guardava con uno spazio sotto i capelli/dove pensava una freccia/colpire il tempo a metà”.

 

E, ancora, a “mezza solitudine”, piccoli desideri, fino al ritorno:

 

ma tutti gli uccelli nel volo intero, nel ritorno. tutto si gira buio

e luce, dalla luce al buio andava come le braccia nel campo al

passare di aerei, pensa il ricordo delle aste nei fogli di giornale,

può pesarci il freddo e stare lì. le case diventano cenere sulla

vita, col fuoco dentro, mettere il caldo come salvezza nei

bicchieri, beve mentre la vena è dolce, vede  le cose come sui

prati l’acqua e dopo negli occhi tornano dentro, a parlare.

 

 

In chiusura, PS è il titolo dell’ultima sezione del libro, in cui compare, come a riportarci dove siamo, un tripla P, iniziali di Pasolini, probabilmente il terzo passeggero, con tutto il silenzio possibile del suo feroce cammino fino alla luce.