Il tema della maternanza è immediatamente veicolato dall’immagine di copertina del pittore contemporaneo Neil Moore. Essa raffigura una misteriosa, se non inquietante, Reconfiguration, la quale molto deve alla pittura rinascimentale, ed in particolare al Cristo morto di Andrea Mantegna, il cui ardito taglio prospettico viene riproposto, ma in modo tale che il corpo dipinto da Moore, ruotato su se stesso, non offra alla vista dello spettatore la pianta dei piedi come nella tela cinquecentesca, ma il capo. E, cosa assai più significativa, quel corpo disteso su un tavolo operatorio non ha le sembianze del Cristo, Uomo Dio della Passione sacra, ma quelle di una Donna ancora giovane, bella e viva di terrene passioni, che attende, come l’Altro, un mutamento di stato, una resurrezione.

Il lettore che sappia ubbidire al segreto invito non potrà – dopo avere letto i testi così come sono proposti in ordine decrescente, dal sessantaseiesimo al primo – non rileggerli dal primo al sessantaseiesimo; e, se lo farà, troverà una delle più importanti chiavi di lettura di questa straordinaria silloge.

Scoprirà, infatti, che il testo 66, che concettualmente e per collocazione costituisce il punto d’inizio, nella lettura di ritorno diventa il punto di approdo di questo percorso scritturale ed interpretativo della vicenda esistenziale, essendo il 66 numero di Dio, somma di trentatré/più trentatré nella Sura dei Puri.

Dunque, l’invito a compiere un doppio itinerario di 66 “stazioni”, dal principio iniziale alla finitudine mortale e da quest’ultima ancora al principio, rivela che Pivanti attribuisce ai numeri una valenza simbolica; e la scelta di multipli di 3 lo riconduce a Dante. Questi, scegliendo il numero teologico della Trinità, dispose 33 canti in ognuna delle tre cantiche della sua Commedia (e 33 diviso 3 fa 11!), scrivendone in tutto (escludendo il canto introduttivo) 99, ossia il 66 capovolto. Infatti le epifanie di Pivanti accadono sull’altare delle vite terrene, non su quelli celesti; o, per meglio dire, esse capovolgono l’idea di un’epifania di un altro mondo eventuale, che – fortuna o fato vogliono – non sappiamo (né sapremo)/dove sia.

Per tornare alla simbologia del numero 99, nel testo XXVIII. di Epifanie della Maternanza  si legge che per Augusto Pivanti  esso corrisponde al numero delle conclusioni segrete sulla natura/femminile di Dio. Alla luce di questa affermazione, meglio si comprende perché l’Uomo Cristo del Mantegna, ruotato su se stesso, si trasformi nella donna di Moore, scelta da Pivanti come immagine della maternanza; così come nel testo LXVI. appare accanto a Dio il femminino capezzolare/insediato al centro della terra, e nel testo I. si fa cenno all’unità della sostanza che ci lega e della verità che va oltre il minimale atto del resistere.

La trama poetica dei testi si aureola, così, di un alternativo misticismo, suggerito, fra l’altro, dalla citazione di alcuni versi (usati come exergo delle 6 sezioni del libro) composti dalla trasgressiva religiosa, poeta, filosofa, scrittrice (e molto altro ancora) Ildegarda di Bingen, vissuta tra il 1098 ed il 1117.

La religiosa – oltre ad elevare la donna a raffigurazione della Umanità (o maternanza, come direbbe Pivanti) di Cristo, ponendola accanto all’uomo inteso come raffigurazione della divinità di Dio – elabora una concezione particolarmente ardua per i suoi tempi del rapporto filosofico tra l’uomo (con le sue riflessioni ed emozioni) e la natura come sua preziosa alleata (anche terapeutica) che riassume in un termine: viriditas.

Inoltre è la stessa presenza, nel titolo della silloge, del termine “epifanie” ad indirizzare il lettore alla sacralità visionaria del “vastissimo teatro del mondo”  che Pivanti, come scrive il prefatore Maurizio Cucchi, riesce ad allestire, sempre “aperto e giocato sulla decisiva vitalità e naturale prevalenza del femminile”. Inoltre la centralità data da Ildegarda alla Parola (la religiosa inventò una lingua nuova di ispirazione divina, basata su 23 lettere e comprendente poco più di un migliaio di parole) è ripresa da Pivanti nel testo II., dove essa viene direttamente celebrata come quella che stabilisce il vero della specie, l’unica ragione/del pasto consumato al fuoco dell’espandersi oltre la nascita,/fino alla parola che chiude questo libro e tutti gli altri insieme. Il testo sottolinea non solo la relazione fra Parola e parole, ma suggerisce anche al lettore di cercare quale “parola” suggelli il libro di Pivanti; e quella che chiude l’ultima poesia è, appunto, “Madre”. E, tuttavia, il termine madre non è coincidente con quello di maternanza, che è il neologismo coniato da Pivanti per indicare l’idea di maternità che permane nelle generazioni a seguire (ancora testo II.). Lo stesso autore chiarisce, infatti, che non è la madre, ma la maternanza la natura/che vive e sopravvive all’immondizia della fine, poiché, come un fiore che appassisce anche la madre muore, ma, come del fiore residua la floreità – l’idea del fiore nell’immaginario, così resta la maternanza; e nella sua nota introduttiva, aggiunge che il “maternare”  costituisce “un atto rivelatorio che sta tra la realtà vivibile e la capacità (non solo reale) di farsi attraversare dall’indiviso”,  e chiama in causa, a proposito di quest’ultima definizione, allo scopo di trovare conforto alla sua tesi, Macedonio Fernàndez, del quale cita un lungo passo in cui si legge, fra l’altro, che “l’arancia pensata si mantiene come immagine uguale mentre io mi sposto dal punto in cui mi accorsi di cominciare a pensarla; al contrario, il mondo esterno si altera per me di pari passo ai miei movimenti corporei: l’arancia brilla meno, il suono diminuisce”. È quella filosofia del sentido, della metafisica come visione, che ricorda anche l’originale approccio di Ildegarda al problema della conoscenza della realtà attraverso l’esperienza dell’intuizione e della visionarietà. E, dunque, il filo rosso che cuce insieme questi due sistemi filosofici elaborati in epoche tanto distanti, è lo stesso che attraversa il tessuto testuale di Pivanti. Dalla veriditas di Ildegarda al sentido di Macedonio fino alla maternanza del poeta Pivanti entra in gioco nella gnoseologia l’importanza dell’elemento emotivo, non razionale, più tipicamente femmineo.

Poco prima si è accennato al posto privilegiato dato alla Parola/parole nella elaborazione dei testi di Pivanti; infatti, la maternanza definisce anche un modo d’essere della parola come femminilità d’accoglienza e rifugio, presenza ausiliatrice che sa confortare con i suoni; e promessa d’eternità quando si fa poesia, lode e racconto, cioè storia dell’uomo che senza di essa sarebbe storia minima. Così, fra le molte donne che s’avvicendano nei versi, c’imbattiamo in quelle che hanno mirabilmente trafficato con le parole come la Woolf, la Yourcenar e Alfonsina Storni, ma anche in quelle che leggono e che danno maternanza a se stesse, dilatando la propria vita in molte altre vite, vivibili e vissute, o in altre che usano la scrittura solo per impulso amoroso, come la donna che scrive di suo pugno lettere al fratello morto piccolo, di difterite per tenerlo in vita, e per consolare la madre sua.

Maternanza, inoltre, è termine identificabile con qualsiasi gesto creativo ed oppositivo, senza una obbligante differenziazione di sesso, compiuto sia da quei pensatori che hanno saputo spingersi oltre le sapienze date in cambio di una sapienza superiore; sia da quei pittori che, come intuisce  l’osservatrice del ciclo pittorico di Monet sulle ninfee, hanno posto al centro della loro vita artistica la necessità dell’attenzione, del guardare così accorto/da finire per dissolversi dentro le cose osservate, trasferendo la realtà in una dimensione atemporale; sia da chiunque abbia saputo seguire le proprie ragioni emotivo–affettive trascurando le norme del consolidato sistema sociale già dato. La maternanza comporta, in ogni caso, una deviazione, una disubbidienza, una sorta di parénklisis epicurea.

Tra le rappresentazioni della maternanza declinate da Pivanti, molte prendono spunto dall’arte, come nel caso della Mater matuta, definita per la posizione delle sue mani un derviscio femmina ante litteram; o dell’amazzone nella foresta surrealista di Magritte (donna che cavalca le supposizioni tra il conosciuto ed il possibile); o, ancora, di quella figura femminile che sta fra gli arabeschi della Stanza Rossa di Matisse come una sorta di Sura inserita/in un passo di Matteo; altre dalla cronaca o dall’osservazione della vita, dei gesti e delle scelte di molte donne comuni.

Esse ricostruiscono la propria storia taciuta come uno spazio fitto di soprusi, di prevaricazioni, di violenze, di rinunce forzate o di sacrifici crudeli, pur restando quasi sempre aperte al perdono, all’accoglienza, all’ascolto ed alla condivisione dei sentimenti; ma si fanno anche protagoniste di accadimenti inusitati, gesti diversi, sconcertanti, deviati, comunemente accompagnati dalla condanna etica e sociale, quali l’adulterio, l’infanticidio, la follia, la libertà sessuale. Tra tutte, Pivanti sembra prediligere le figlie di quel principio femminino rappresentato da Lilith, colei che fu generata prima di Eva, l’unica che abbia guardato l’Edificatore/negli occhi a pari altezza, quella condannata dai più come generatrice di mali, e che, invece, resta legata a quell’immaginario magico di altre generanze che non abbiamo/conosciuto, che non sappiamo più desiderare; quelle che potrebbero riconfigurare il mondo.

La donna di Neil Moore che se ne sta ad occhi chiusi distesa su un tavolo operatorio in attesa di una reconfiguration, è, infatti, la materia femminina alternativa, quella che desidera sbendarsi delle sue fasce costrittrici e si affida alle mani di un chirurgo che già stringono una forbice, affinché, una volta liberata, possa offrire nudamente alla luce che piove dall’alto la sua intimità/interiorità fino adesso celata, affermando, come scrive l’autore nella sua nota, anche la sua supremazia “percipiente”.

A Pivanti, come al filosofo Macedonio, non interessa registrare soltanto il visibile delle cose, ma comprenderne la casualità soggiacente e raggiungerne il cuore. È per questo motivo che egli tenta con ardore l’esplorazione del lato femminile, o maternanza del reale, l’altra faccia della Luna che ancora non conosciamo, affinché, restaurata la sintonia fra microcosmo e macrocosmo, il Tutto risplenda intero, completo ed esattamente armonioso nei suoi elementi vitali, virili e femminei, non più scissi.

Tale punto di vista “paradossale” dà vita ad uno stile anch’esso sorprendente, caratterizzato da una serie di variazioni e invenzioni  lessicali e da un impasto fonico nient’affatto morbido nonostante la musicalità delle molte allitterazioni e delle rime spesso interne. Il periodare febbrile e fittissimo, quasi del tutto privo di segni d’interpunzione, conferisce ai testi una densità argomentativa sostenuta da una messe di riferimenti culturali rielaborati in modi del tutto originali. La poesia di Pivanti non cede quasi mai al lirismo, pur coltivando sentimenti di tenerezza e di adesione al vissuto spesso doloroso delle sue protagoniste femminili, e ama proiettarsi talvolta aldilà delle visibili realtà, andarsene lontano, dove la fame è solo d’infinito e il latte è parola, e vista, e luce, affondare nella vertigine del vuoto, fino ad approdare ad una purezza senza strascichi di ali perse al suolo.
Franca Alaimo, 26 aprile 2015

[product_attribute attribute=’autore’ filter=’augusto-pivanti’]