È nel ciclico gioco tra “essere contenuti” o “essere contenitori” che Anna Bregna mette in scena, su un palcoscenico di vetro, personaggi apparentemente morti, apparentemente vivi entrambi natanti in un indistinto magma acquatico (D.R.)

“ […] L’insondabile ha spento il faro e le falene vagano sopra l’odore delle stragi”  (A.B.)

 

D.R. Se il passato prefigura “un vano gioco di rianimazione”, si può dire che la “solitudine del presente” è un ricordo che diviene assenza?

A.B.  Ogni giorno, riaprendo gli occhi, ci ritroviamo orfani. A volte, quando il pensiero si attorciglia, mi chiedo dove stiano tutte le mie passate esistenze, quella di ieri, di questa mattina, di un attimo fa.  È stupefacente pensare di essere la stessa persona di cinquant’anni prima: dire che mi sono trasformata non accontenta la stranezza di avere dentro di me così tanta morte. La poesia cui fai riferimento prende spunto da una camminata per le vie di Milano, lungo un percorso che già avevo compiuto in compagnia della stessa persona l’anno precedente, e dal gioco di ricordare ciò che allora ci eravamo detti. Ogni passo che ci ha condotto dove siamo  è in noi, ma noi non siamo più come eravamo in quel presente, quando la possibilità di scegliere ciò che ora siamo era data. Si muore proprio quando scegliere il futuro non ci è più possibile, ogni scelta è già stata compiuta, ogni possibile presente già vissuto e l’istante può pietrificarsi, farsi monumento. Un cane pisciava dove avevo annunciato un “ricordo che qui”, così si conclude la poesia perché nessuno si prenda così sul serio da credere la propria vita indispensabile e la propria morte stupefacente.

 

D.R. In “I Corpi”,  brandelli della tua pelle sfamano piccoli pesci in una sorta di sterile cannibalismo. Questo “carnem levare” cela una materna tenerezza?

A.B. Sono contenta tu mi consenta di riprendere questa poesia, nata da  un episodio accaduto in Engadina. Non credo possa esserci esperienza più significativa del farsi nutrimento. Corpo nel corpo, frammento nell’universo,  proteina nel corpo di un pesce. L’eucaristia nella dottrina cristiana è il sacramento istituito da Gesù durante l’ultima cena, alla vigilia della sua esperienza più umana: la morte. Non sono teologa e neppure credente, eppure sento la forza di questo pane che rappresenta ( o è) un corpo e al corpo ricorda di essere stato ed in procinto di essere pane.  Per quanto mi riguarda, non lo Spirito Santo, non il regno dell’eterno mi restituiranno al ventre, ma il palpitare di avannotti intorno ai piedi. La visione della caducità come elemento indispensabile alla continuità è il fulcro della maternità: il corpo che si sacrifica, che si fa nutrimento, perché tutto possa continuare ad esistere. Cedere il proprio corpo, nella poesia cui fai riferimento, è il contrario della sterilità: è piuttosto sfamare il mondo che ci ha sfamato, è riconoscere la dolcezza di una trasmigrazione creativa. Essere in un pesce che guizza nell’acqua cristallina di un lago.

 

D.R. Le immagini surreali di cui spesso ti avvali vivono come falene che cozzano il capo quasi a voler “simulare una strage”. Eppure i continui riferimenti alla realtà rendono reale il surreale. La tua continua simulazione si può dire che è un punto di forza, che non lascia apparentemente punti di riferimento?

A.B. E non è così? Non ti pare che oggi la realtà della presenza umana  abbia raggiunto la dimensione surreale? Non abbiamo altri luoghi, questo è divenuto per moltissimi un inferno e non si intravedono vie d’uscita. Cerco di trovare riserve, luoghi, incontri per  non rinunciare a pensare che ci siamo lentamente evoluti per abitare nel migliore dei modi questo pianeta e che per questo ogni cosa del mondo ci appare tanto bella e desiderabile. Ora la realtà ha compiuto un balzo, abbiamo innescato cambiamenti che ci sfuggono, che non siamo in grado di governare, sembra che ciò che accade abbia sempre la forza dell’inevitabilità di un evento geologico.  La mia poesia è  poesia di un dinosauro che lotta per non cedere ai cambiamenti climatici, per non morire. Per mantenere una presenza nell’unico luogo che la possa contemplare. Ma l’umanità può mantenersi solo se rivendica ed esercita possibilità di scelta, se invece ogni accadere diviene inevitabile l’umanità cessa di essere tale. Senza il libero arbitrio non siamo umani. Io fatico a individuare oggi questo spazio.

 

D.R. Tutto è un recinto. Che futuro ha la città?  È per te un asettico  contenitore metropolitano di individui?

A.B.  L’umanità, compresa Samantha Cristoforetti, condivide un unico recinto: siamo solo nani che abitano aiuole dello stesso giardino. E questo tuo far riferimento al recinto mi consente di completare il pensiero precedente. Perché noi abitiamo il mondo trasformandolo, facciamo di ogni ambiente un giardino, creiamo continuamente paesaggi e ci immergiamo in essi, continuamente lavorandoli perché essi non si lasciano mai dominare del tutto. Oggi ho tagliato erba e rami , lo faccio continuamente in questi ultimi anni, dopo la morte di mio padre. Parchi o metropoli, poco conta, in ogni caso, come sa chi li costruisce, nel giardino si realizza un sogno e il sogno realizza il giardino e il suo costruttore. Mantenere un giardino significa trovare continuamente l’equilibrio tra il sogno originale di un paesaggio e la forza dell’ambiente di modificarlo. No, la città non è un asettico contenitore: è un paesaggio dentro il giardino. Stare in quell’angolo significherà stare in quella particolare luce, stupire di qualcosa che altrove  non potrà crescere.

 

D.R. Quando parli di “video colombari” con le “perenni relazioni” e le “richieste di amicizia ingabbiate” ti riferisci al mondo virtuale dei social network? Pensi che le nuove tecnologie influenzino l’agire del poeta?

A.B. Mi riferisco esattamente al mondo ingabbiato nei social network. Il mio precedente libro, Palafitte, si apre con una citazione tratta da Giardini, di Robert Pogue Harrison, Fazi 2009. … “Se c’è tanta parte del mondo visibile che non riusciamo più a vedere è perché lo sguardo interiore necessario per coglierlo è offuscato o rivolto altrove. Di questi tempi la visione è più in sintonia con il virtuale che con il visibile, con le immagini più che con le apparenze, con le rappresentazioni più che con i fenomeni. … si può dire che viviamo in un’epoca senza giardini, malgrado i tanti che ci circondano.”  Di questi tempi l’illusione è quella dell’eternità. Affidiamo la nostra esistenza all’esistenza della nostra immagine, il dispiegarsi della nostra vita alla riproduzione virtuale di essa. Non a una rappresentazione del senso, solo del simulacro più effimero.  Finti Dei immortali, senza neppure una montagna, un Olimpo dove rincorrersi, amarsi e odiarsi. Senza un banchetto, senza una mela.  Cosa fai dentro un monitor? Quale illusione di vita puoi coltivare? Dentro il video il tuo corpo è già morto, se non altro perché non può scappare.  Seguo con interesse i ragionamenti di Oldani e della corrente del Realismo Terminale, comprendo il senso,  ma oppongo resistenza:  la natura  determina la nostra presenza e la tecnologia oggi la ingabbia, la riduce a merce; vorrei che  l’umano continuasse a  ragionare sulla presenza degli oggetti e non li incorporasse, che li potesse ancora scegliere o rifiutare. E’ ancora innanzitutto il grano che ci consente di vivere e non la trebbiatrice e io vorrei che questo rimanesse  ben impresso nel nostro ragionare. La mia casa è su un pendio, davanti a me alberi, tra i rami vedo il lago  e se alzo lo sguardo le montagne, per vedere il cielo devo curvare il collo. L’aereo disegna nell’azzurro molto più in alto delle poiane, così che ancora le sue ali risultano a imitazione di quelle piumate, ma non è così anche tra le strade di una metropoli?

 

D.R. Può la donna essere cisterna della vita? Potresti dare un sesso ai contenuti e ai contenitori?

A.B. La morte non è il destino di ogni vita, non è inscritta in essa. È solo l’individuo che muore e non ogni forma vivente ha le caratteristiche dell’individualità. La riproduzione per scissione binaria non ci è data, ho scritto alcuni anni fa in una poesia del mio primo libro (Crocevia), e questo ci rende unici e mortali, questo essere frutto di una combinazione tra informazioni provenienti da due individui. La vita produceva vita e poi d’un tratto anche morte. Forse potremmo dire che femminile e maschile, la dualità, sono le cisterne della nostra morte, del nostro bisogno di inumare sotto una lapide che segni il passaggio, che riporti un nome. La vita è venuta dall’acqua e dal combinarsi in essa di materia ed energia. La vita fluisce da e verso l’asessuato.

 

D.R. La natura è un elemento ricorrente. A tratti persino Dio sembra soccombere ad essa diventando “arcano” in un mondo pagano con il quale condividiamo “bacche, radici e poi grano” .

A.B. La natura è l’elemento ricorrente  e  Dio soccombe certo ad essa. Chi pensa a Dio pensa comunque al sommo giardiniere e , come ho potuto direttamente sperimentare, il rapporto tra giardiniere e giardino, non è a senso unico. Un Dio che ha bisogno di creare è un Dio molto umano, occupato da un pensiero costruttivo, occupato dall’esigenza di migliorare  il suo giardino.  Gli animali non hanno Dei e neppure costruiscono sogni, solo ripari. La natura non è ciò che osserviamo, è ciò che siamo. Quando scrivo “è con speranze rivolte a un dio arcano che condivamo bacche , radici e poi il grano“, non intendo affatto svilire la necessità di rivolgere lo sguardo all’insondabile: la mancanza di senso delle nostre sofferenze, della vita stessa, richiede di edificare argini alla disperazione, speranze di risarcimento. Il riconoscimento di questa disperazione, suscita compassione, fonda umanità.

 

D.R. Termino l’intervista con una tua domanda. “Cosa ci impedisce di nuotare a ritroso, e un po’ di lato, portarci in acque lente, dove la speranza riesca a respirare?

A.B. Non ho risposto nella poesia e non rispondo qui.  Chi scrive poesie coltiva interrogativi come fiori, talvolta li recide e li dona, cerca di condividerli, di insinuarli. Mentre cammino dissemino i luoghi di dubbi, di domande; le mie poesie nascono quasi sempre così, dalla necessità di dominare la disperazione per la risposta che non germoglia.

IL CURATORE

Dimitri Ruggeri è un performer e poeta  orientato sperimentalmente alla “poesia di reportage” (V. Esposito) di cui può essere considerato il pioniere  (B. De Feis – Oubliette Magazine). Consegue la Maturità presso il Liceo G.B. Benedetti di Venezia come allievo della Scuola Navale Militare F. Morosini e la Laurea presso l’Univ. degli Studi La Sapienza di Roma. Si sono occupati dei suoi lavori, Alessandro Fo,  Lello Voce, Claudio Pozzani, Vittoriano Esposito,  Giovanna Mulas,  Marco Pavoni,  Bruna Capuzza,  Cinzia TH Torrini, Simone Gambacorta, Scuola Holden di Torino e tanti altri.

È autore delle pubblicazioni di poesie Parole di grano (2007), Status d’amore (2010), Carnem Levare, il Cammino (2008), Soda caustica (2014) del racconto e reportage Chiodi e Getsemani, versus Gerusalemme (2010), della silloge Il Marinaio di Saigon (2013). Tra i principali riconoscimenti si segnalano: Vincitore con Il Marinaio di Saigon – Premio della critica Festival Internazionale poesia di Genova 2014 Vincitore Poetry Slam #pescaraleggeperchè 2015 -Giornata mondiale del libro, Finalista Premio Letterario Internazionale Jacques Prévert 2011, Premio Speciale Premio Europeo di Poesia Oscar Wilde 2008, Menzione Speciale Premio Nazionale di Poesia Mario Gori 2007, Finalista Premio internazionale di poesia Mons Aureus 2008,  Finalista Concorso Poesia in cammino Accademia d’Abruzzo 2008, Selezionato Concorso RAI (Futura) Miss Poesia 2006. Maggiori informazioni su www.dimitriruggeri.com