Ci sono dei libri che si leggono alla svelta, presi dalla loro scorrevole leggerezza, e si sbaglia. Avviene anche con questo libro di Daniela Andreis, composto da poco più di una trentina di poesie. Ma tentare di farne una lettura superficiale, appagandosi di una intrinseca piacevolezza, anche musicale, è un errore. Di Andreis avevo già letto Aestella, (v. QUI), un libro singolare per ideazione e forma, forse un romanzo epistolare a senso unico, forse un diario poetico di mancanze, solitudini, silenzi, come avevo scritto allora. Qui la forma è distante da quell’interessante esperimento, ma mi viene da chiedermi se in qualche modo questo libro sia  una prosecuzione di quello, o un suo differente sviluppo. Là il discorso, che sembrava quasi tra sé e sé, si rivolgeva a una persona a noi ignota e si svolgeva tutto all’interno della obbligata diacronia delle missive, con gli spazi vuoti tra un testo e l’altro che marcavano il silenzio ostinato, la non risposta, del destinatario, il silenzio dell’altro che  costituiva il pretesto poetico per cesellare riflessioni sulla vita e le parole, inviate allo/alla sconosciuto/a  “da questo posto che di giorno in giorno si fa sempre più siderale”. Qui quel luogo astrale, una specie di iperuranio platonico, si concretizza in una casa, per quanto “orfana”. Già in uno degli ultimi brani di Aestella Andreis scriveva: “aestella, ho perfino comperato una casa con le solite scuse per cui si compera una casa, nessuno sa che sarà il mio luogo da disertore”. Da un non luogo all’altro, si potrebbe dire. Ed è perciò che giustamente  Cristina Annino, nella prefazione, osserva come la casa sia “un prolungamento del proprio corpo”, popolata di oggetti con i quali Andreis “inventa solo varie trasformazioni di sé stessa” e abitata “da tre inquilini: lei, il suo sentimento amoroso e la persona oggetto di ansia sentimentale” (che sia Aestella?). Forse, da questo punto di vista puramente metaforico, può sembrare naturale che la casa sia “orfana”, o forse meglio apolide, come tutti i non luoghi. E mi fa piacere che Annino recuperi l’aggettivo “sentimentale”, anche in questo libro come altrove restituito alla sua carica positiva. Casa immaginario contenitore (“la bambina  non sa che la casa è un disegno”), intravato in una ricercata struttura ritmica, ovvero la forma scelta da “lei stessa [Andreis] che dialoga in solitudine con un trasferito interlocutore, per lo più assente” (Annino). Ecco perciò che ritorna il silenzioso e ingombrante protagonista di Aestella, con il quale Andreis ha ancora qualcosa in sospeso. Non ha un nome tranne forse che per l’autrice, non sappiamo nemmeno se sia un simbolo, è talvolta un “tu”. Se la casa è “un luogo da disertore”, Andreis, anche se forse rintanata in questo “luogo”, non rinuncia a inviare missive oltre la trincea. (g.c.)