Forse è bene partire dal sottotitolo, “Dimore di mare e solo sensi” , per meglio sciogliersi nella navigazione di questo secondo libro della Carrozzo (a cui segue nel 2012 “Di bellezza non si pecca eppure-trilogia di Idruda”, Kurumunni edizioni). Il mare infatti nella vastità delle sue accezioni è fin dal testo d’apertura la madre grande di tutte le simbologie e di tutti gli inviti cui questa poesia si richiama e richiama nella densità appassionata di un eros che in quanto tale non si risparmia incalzando, sospingendo e bruciando elementi, atmosfere, odori nella soddisfazione di una carne mai sazia entro le esplosioni impazienti delle proprie rimemorazioni. Con “Madre di mare” del primo brano infatti già si risolve in canto, nell’apertura della cadenza e delle acque, l’intreccio sensuale dei corpi nel gioco di un maschile e di un femminile a penetrarsi in uno scavo antico di sonorità e armonie, fertili custodie dell’abbraccio che nell’amplesso si risolve in Dio (ed in cui la figura del palombaro che qui emerge ha una valenza più che evidente dell’amante atteso e provvidente che in tutto il libro verrà poi a impregnare di sé corpo e anima della donna). Divino stordimento e sentiero e madre di mare allora l’incontro d’amore perché porta di una ri-creazione, o creazione sempre nuova di sé, che passa per il piacere dichiarato e gridato di unità ricomposte negli incastri entusiasti e scomposti degli organi che nel richiamo delle congiunzioni infinite sembrano vincere caducità e mortalità delle condizioni. Ed è questa, lo diciamo subito, la forza di questa scrittura nella sottolineatura perenne e ossessiva di una bellezza cui non si vorrebbe mai venir meno, come se la vita stessa a volte non fosse- senza voler sembrare qui eccessivi..- che una propedeutica all’accoppiamento, continuo, senza fondo, senza risparmio una volta tra le onde forti del riconoscimento che viene dall’altro (questo a spiegare tra l’altro anche l’esergo scelto dalla Duras della creatura, dell’animale placato dopo l’amore nell’orizzonte che nel farlo risalire lo trascende; e nel piacere il rivolo in più trattenuto e innalzato oltre se stessi per riannodarsi insieme più forti- come in “Difetto”). Ben sottolinea al proposito quindi la Rusticali nella prefazione la sapienza di una parola che nell’intensità di tale dettato spiega, e si spiega, all’interno del suo divenire il processo evocativo e ipnotizzante di una vita che cercandosi nell’ago del proprio disperso abisso ne fuoriesce in ricucitura come avanzamento di terra che penetra il mare. Terra vegliata, custodita, carezzata cui la pelle è per prima allora a riconoscersi per medesima improntitudine e misericordia di superficie, ebbrezza che dal miracolo del tatto dice delle rispondenze semi e solchi di ritrovati orizzonti. Lode, sempre, in una poesia che ne fa per questo l’accento più prezioso, inno d’amore più che un suo discorso giacché l’amore può esser solo levato nel mentre del suo apprendere. Inno sì.. in vibrante pressione a svelare- tramite un insistito e ricchissimo gioco di anafore- fino alla liberazione espansiva e dirompente del coito (“(“lo schianto spumoso che ingorga./L’ingorgo che trova ristoro”) “il senso nascosto degli idiomi” (qui nel dominio dei significanti sul significato sovvenendo tra l’altro ancora la Rusticali). Lingua vera del corpo quindi che si fa rotta e strappo per ustione di eros che ora accorda e contrasta, ora aggredisce e ammansisce sempre però in traspirazione e benedizione, riflesso d’anima giacché senz’occhi i luoghi e i nomi dell’amore (questi nomi così cercati, così gridati come in richiesta e ricomposizione di umanità tutta) niente altro posson dire, e dare, che sterili morti. Morte ogni volta disattesa piuttosto, come in sospensione di tempo, nella ricomposizione della forma cosparsa e invasa dell’altrui piena (la “rima scucita che non chiede permesso”), la donna incitando alle correnti, l’uomo pronto alla vela nell’invito del corpo che lentamente apre al suo mistero. La risalita, ci dice entro una non comune densità di metafora la Carrozzo, la vertigine nell’intricato nitore “che latra e depreda”, non è in sostanza che sconfinamento e allargamento del centro, Amore che non si può rifiutare come la terra davvero non può rifiutare la pioggia che acquieta “ogni mare nel ventre”. Preghiera pertanto, “Tabernacolo cosciente di se stesso”… e “di palmi aperti al cielo” nella determinazione dell’arrivo che nel suo plasmare ricolora e sancisce in uno spalancarsi di danza e che in “Piccola ode per chi so io” si fa evocazione in accoglienza di tutte le stelle e tutte le bellezze, all’insù, nell’intelligenza scalza della pelle come detto, nel suo pudore insieme antico e modo osceno, nella sua modestia, in un tutto di compimento che ha la esatta immagine di “boccio capovolto e rosso miele”.Nella salmodia il verso allora è quello del seme- umano, tremendamente e gioiosamente umano- come nel ventiquattresimo e quasi omonimo testo in cui nella vena che si fa pulsante, nella vita che si avverte nel battito feroce tutto l’essere sente il proprio compiersi in unità splendente di carne e anima. Ed è questa comparazione quasi dell’incontro d’amore con l’incanto stesso del procedimento poetico il bene autentico di questo libro, eucarestia domestica che l’uomo e la donna non lascia soli ma nel “richiamo ancestrale”, nell’eco bruciante del tempo, consegnandoli “al tatto come al senso più consono a Dio” finalmente li scioglie nell’incanto di “due stelle credute distanti”, ” antico rosario tra le scapole e il ventre disteso”. Da segnalare infine in copertina e all’interno i calzanti dipinti di Ester Negretti.