Venne un bambino, una volta,
assorto dal gioco nel mio giardino:
così pallido era, e taciturno.
Solo quando sorrise seppi tutto di lui,
ciò che custodiva nelle tasche,
il palpito delle sue mani nelle mie
e – della voce – il tono più segreto.
Dischiusi a lui ogni vergine sentiero,
l’angolo dei miei tesori nascosti
abbandonai al suo capriccio, e la minuscola
gabbia d’argento, annidata dai miei pensieri
in canto, volli che tenesse al suo fianco.
Fosse pur profonda la notte, nessuna tenebra
ci poteva bastare: sulle punte
penetrammo fra le ombre dell’antro
e immersi negli stagni – sotto il fantasma
delle fronde – ostentammo il coraggio
di aver affrontato il mare.
Dalla Strada del Mondo giunse al confine
del nostro campo un passo sconosciuto.
Curva di spavento interrogai in un bisbiglio:
“Camminasti tu mai da quella parte?”.
Il capo chino e una lacrima cadde dai nostri cigli.

Venne un bambino, una volta,
a giocare nel mio giardino schivo,
così pallido era, e taciturno.
Gli diedi all’incontro un bacio, uno ne richiesi.
Ma l’addio fu sfiorato con un cenno di mano.

foto: Monica Argiolas-Melodia

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