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La madreperla è materiale pregiato, ricavato dall’ interno della conchiglia di alcuni molluschi, soprattutto delle ostriche, dal colore bianco, iridescente, cangiante. Il titolo del libro, infatti, sembra creare tale aspettativa di ricercatezza, di prezioso segreto, un lucente mistero reso anche dall’immagine del volto della fanciulla, disegno dell’autore, con la riga di trucco che scende come una lacrima nera, simile alla riga nera che scende dalla fronte come una ruga di pensiero; è un volto dolce che evoca mistero e anche dolore; il decoro sui capelli fa pensare a un ornamento classico, ma al tempo stesso il volto della fanciulla ha qualcosa di orientale, evocativo di un lontano, dove forse è rivolto lo sguardo della fanciulla … E ben scelta è la citazione in esergo di Rilke “Noi raccogliamo incessantemente il miele del visibile per accumularlo nel grande alveare d’oro dell’Invisibile”, poiché per tutto il libro si attraversa il visibile e l’Invisibile, cercando di svelarne il mistero, presente in tutte le cose. Già dalla prima poesia “Mistica del vento” c’è un omaggio al mistero della natura: “nel segreto detto all’albero”, “cosa sa il frutto che io non so?”, “mordo la polpa di un arcano”, “ non sono forse frutto, io?” frutto, una parola che ricorre. In questa scrittura, che è al tempo stesso di accumulazione e di riduzione, ci sono infatti testi più lunghi, che raccontano immagini ricche, senza essere prosa, sempre sul filo del lirismo, e poi lampi d’illuminazione:”mi ammala di bellezza/ sapere che il mare/custodisce un tesoro mio”, ancora il mistero di questa scrittura che non vuole essere né preziosa, né decorativa, ma soltanto umanamente e poeticamente nuda, come l’autore stesso ci dichiara: “vorrei essere sepolto nudo”, “nudo come un frutto, il poeta bambino”; finire nudi come si è iniziati.

La nudità infatti reclama e permette una spoliazione, un’eliminazione di orpelli, un rito di purificazione, per arrivare a una necessità essenziale; attraverso questo procedimento assertivo e liberatorio, questo scavo dell’animo nasce la parola di Davide Cortese. Ed é quello il frutto, solo dalla nudità posso trarre il mio frutto, posso nascere Parola.

Parola legata a un paesaggio dell’anima, a una discesa nell’infero delle proprie ossessioni:è il canto di carbone sulla superficie dura della madreperla che si fa poesia.

Parola legata anche a un luogo, l’isola, circoscritto territorio d’origine e vasto spazio letterario, da cui partire, dove cercare il proprio tesoro; Itaca genitrice, dove fare ritorno, isola bianca anche lei madreperla, ambigua terra di luce e buio, bianco e nero, pomice e ossidiana, circondata dal mare con le sue tempeste, la sua calma apparente, il suo silenzio, i suoi miracoli; quanto mare e quanta terra in questi versi … mare che non dà tregua ma che va attraversato. Ed ecco il destino degli isolani: sentirsi stranieri, essere perennemente erranti, come ci confessa la poesia a pag.26 “Io sono lo straniero./ C’è il mio sigillo su queste parole” : io non ho terra, non ho città, abito solo la vita e la mia unica appartenenza è tra le parole, sono loro a darmi il mistero del mio esserci. La parola poetica come veicolo del mistero della vita in ogni dove.

Certamente c’è anche la madre/perla, l’origine che per ciascuno è pregiata e sacra: la perla è terra e madre, è la parola madre che chiama con il miracolo del suo sorriso; è la poesia dove non sentirsi stranieri tra le parole di carbone, parole brucianti, ma dove trovare la parola che dà il suo frutto.

Questa Madreperla nella sua nudità ci consegna riflessioni sull’essere, sulla caducità della vita, nella costante ricerca di armonia tra l’essere e il cosmo, tra l’uomo e la natura, ma confidando in un seguito, qualunque sia stato il passaggio, come nei bei versi conclusivi del libro: “ci sarà una mia briciola, dopotutto,/portata in salvo da un’ultima formica”; è un’immagine bellissima, la formica laboriosa che porta la briciola, il granello, cioè il minimo che è stato o si è compiuto, ha un peso e una leggerezza straordinaria, è il granello della poesia che non si disperde.

Infine, va ricordato il retaggio culturale di matrice classica che sostiene l’opera di Davide, non potrebbe essere altrimenti sia per la provenienza mediterranea, sia per gli studi umanistici, ma tra le pagine si avverte anche un forte richiamo di altre culture e civiltà che da quella originaria non sono poi tanto disgiunte; si avverte infatti un vento d’oriente ( “nere mani di mercante indiano”, “pagine d’oriente” ci dice Davide nella poesia a pag. 32 Dal mercante di seta) che s’insinua qua e là, come un segreto o una misteriosa rivelazione, di cui ho avvertito un richiamo a certi versi di Kahlil Gibran. Questo vento si spinge forse anche verso altre terre, da dove ci giunge l’eco di guerrieri, dame, corsi d’acqua, stagioni, antiche ballate che hanno attraversato i secoli, brumose terre nordiche, fin quasi, azzarderei, al confine “immaginario” con i luoghi ed emozioni descritti nelle Trecento poesie T’Ang; insomma l’incontro di mondi e suggestioni culturali eterogenei riscontrato anche in Anuda, l’e-book recentemente pubblicato da La recherche, che ribadisce la tensione verso una nudità poetica, ma anche una ricchezza di immagini e di linguaggi variegati che fanno lo stile di questo poeta arciere che “stringe con le dita / l’attimo della verità, il luccichio della vita”, pregiata, dura e cangiante come la madreperla.

Recensione di Marzia Spinelli