Poche persone furono amate come Katherine Mansfield, negli anni della sua breve vita. Nel 1922, Dorothy Brett diceva: “È così adorabile che non ci possono essere mezze misure. Uno l’ama appassionatamente, perché è impossibile fare altrimenti”. E Samuel Kotelianksij: “L’amavo talmente che i suoi scritti erano e rimangono per me una delle manifestazioni meno importanti di lei. È il suo essere, cosa era, l’aroma del suo essere che io amo. Katherine poteva fare cose detestabili, ma il modo con cui le faceva era ammirevole, unico”. Nella lettera a un’amica pittrice, la Mansfield raccontò di come, al mercato, si fermò davanti a un carretto di mele e rimase stupefatta a guardarle. Non aveva altro desiderio che diventare quelle mele. E chiedeva all’amica: “Quando dipingi le mele, senti che il tuo seno e le tue ginocchia diventano mele? O ti sembra una sciocchezza?”. Ma è complicatissimo diventare sia una mela sia una scrittrice: perché in entrambe si nascondono molte e misteriose esistenze.
Qualche volta, gli amici avvertivano nella Mansfield una strana qualità animalesca. Virginia Woolf scriveva: “La donna inscrutabile rimane inscrutabile. Mi è venuto in mente che è una specie di gatto, estraneo, riservato, sempre solitario, osservatore”. Una mattina, il 19 febbraio 1918, a ventinove anni, la Mansfield si svegliò presto, andò alla finestra e la spalancò: il sole si era già levato, e lei lo salutò con un verso di Shakespeare: “Ecco l’allodola gentile stanca di riposare”. In quel momento le salì alle labbra un fiotto di sangue: sangue rosso e arterioso. Guardò e capì: era la sua prima emorragia. Si spaventò a morte. Giorni più tardi osservò: “Che cosa strana, da quando ho sputato sangue, l’amore, il desiderio del mondo e della natura si sono fatti più forti in me d’ora in ora”.
Aveva sempre cercato di liberarsi dal senso della finitezza: chiedeva in tutte le cose l’illimitato. Ora si rese conto che l’unico infinito che gli uomini possono conoscere è il dolore. Alla sofferenza umana non c’è limite. Il dolore è l’eternità. Ma trovò nella profondità di sé stessa una calma capacità di accettazione. Accoglieva il dolore, se ne lasciava sommergere, faceva di esso una parte della propria esistenza, perché soltanto così, accettandolo pienamente, esso subiva una trasformazione, e diventava gioia e amore. Ci sono persone a cui la malattia appartiene, o che piuttosto appartengono alla malattia. La Mansfield non era di queste. La malattia le venne imposta. Come scrisse dalla Svizzera a un giovane amico, “sono tisica. Ma la tisi non mi appartiene. Non è che uno spaventoso cane randagio che, da quattro anni, persiste a seguirmi; così io cerco di farlo perdere tra queste montagne”. Visse esiliata nella “terra oscura” della malattia: ne colse tutte le ricchezze; ma, invece di allontanarla dal mondo, la malattia la fece diventare più intensa e presente. C’era nella sua anima una forza, una fiducia, un ardore fantastico che sarebbero bastati a decine di esseri umani. Il culmine della sua vita, della sua vera vita, furono i mesi del 1921 e del 1922 trascorsi a Montana, nello Châlet des Sapins, insieme al marito.
Lì vicino Rilke scriveva le Elegie duinesi e i Sonetti ad Orfeo. Quando venne l’inverno, il marito sciava, lei andava in slitta, il gatto ronfava. Passeggiava, giocava a cribbage, dopo cena leggeva Shakespeare, Proust e la Austen, discorreva di Proust col marito, e lavoravano tutti e due a maglia in modo frenetico (…).

foto: Roberto Bon-M.B.

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