(…) Notte e giorno scriveva racconti, in una specie di gara col tempo: aveva paura di morire senza aver finito di scrivere un racconto, e subito ne cominciava un altro. Era convinta che, finché correva con la penna, la morte non l’avrebbe fermata. Scrivere, per lei, era diventato una religione. “Sarò capace di esprimere un giorno il mio amore del lavoro – il mio desiderio di diventare uno scrittore migliore – il mio voto fervente di un lavoro più coscienzioso? Di dire questa passione che provo? Essa mi tiene luogo di religione, perché è la mia religione; della compagnia degli altri, perché crea i miei compagni; della vita, perché è la vita. Sono tentata di inginocchiarmi davanti al mio lavoro, di prosternarmi, di restare troppo a lungo in estasi davanti all’idea della creazione”. Quando, il 30 gennaio 1922, lasciò Montana, cadde o per meglio dire si precipitò nella catastrofe. Non accettava la piccola guarigione dello Châlet des Sapins.
I racconti non le bastavano più. Voleva guarire completamente: diventare una “figlia del sole”: ciò che non era mai stata. Voleva vivere – piena, intera – la vita del corpo. In realtà, tutte le parole che in quei mesi scrisse nel diario e nella lettera, ci ingannano: perché il nitido candore della sua mente si era offuscato e ottenebrato.
Desiderava morire: al più presto, selvaggiamente, ferocemente. Ma, siccome il suo debole corpo continuava a resistere, cercò un assassino: lo trovò subito, perché nulla è più facile, in qualsiasi tempo e luogo, che trovare un assassino. Il suo spettacoloso assassino fu George Gurdjeff, che aveva costruito, a Fontainebleau, l’Istituto per lo Sviluppo Armonico dell’Uomo. Gurdjeff torturava i suoi discepoli: voleva che rinunciassero ad ogni desiderio, riducendosi in una condizione di passività assoluta. Con la Mansfield, condusse all’estremo i suoi paurosi esercizi.
Dapprima la fece abitare in una stanza bella e sontuosa; poi la trasferì in uno stanzino freddo, piccolo e povero, uno di quei covili dove dormono nella sporcizia i personaggi di Dostoevskij e di Kafka. Il grande mistificatore continuò a torturare per qualche mese la piccola neozelandese tremante di freddo nella sua pelliccetta. Le impose di pelare le carote, le rape, le patate, assistendo nella cucina agli esercizi culinari della moglie.
Le impose prima di danzare nuda in mezzo ai maiali, poi di inalare il fetore delle mucche nella stalla, in modo da accogliere in sé la “radiazione del magnetismo animale”, che avrebbe dato forza ai suoi polmoni malati. Soprattutto la obbligò a non scrivere né racconti né lettere: la vera salvezza della Mansfield. Dapprima, la Mansfield disse che Gurdjeff le sembrava “un venditore di tappeti a Tottenham Court Road”. Poi chinò il capo. Si lasciò assorbire, svuotare e distruggere; sembrava una bambina stupita ed atterrita, attonita e balbettante. La sera del 9 gennaio 1923, quando il marito andò a trovarla all’Istituto, Katherine Mansfield ebbe un accesso di tosse mentre rientrava nella propria stanza. Un gran fiotto di sangue le uscì dalla bocca e parve soffocarla. In pochi minuti era morta, “con gli occhi spalancati dal terrore”.

foto: Roberto Bon-Waitin’

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