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Esso viene attinto dalla memoria a partire dall’infanzia, in cui già s’incunea la catastrofe affettiva: mi tolse il padre e mi diede il temporale a/ tuonare fra la mani. È la mancanza dell’amore paterno, il prurito dell’arto amputato, dunque, ad avere generato radici aeree, molto perdute/ nel vuoto pneumatico dell’assenza, come Greta scrive in una delle sue più intense poesie che comincia: a volte mi manchi come l’asfalto. In essa, infatti, attraverso una serie di immagini e moti interiori, si rivela quel complesso processo psichico che trasforma la coppia oppositiva: assenza concreta/presenza mentale del padre, in una weltanshauung.

L’amore, mancato, fragile, temporaneo, superficiale (quando si riduce il contatto a una chirurgia dei pori che/ opera alla cieca e per abitudine), cercato anche ossessivamente (giungevo a raccogliere braccia numerose,/ affamate) ma sempre disatteso, determina infatti lo scollamento del reale e dal reale e la precarietà di ogni legame. Esistono, invece, l’illusorietà e l’inganno del sogno, del cinema, del palcoscenico temporale dove tutto accade provvisoriamente; la distrazione infantile del gioco, come quello di un solitario che serve, però, a dire come noi tutti ad un certo punto si resti impigliati in una carta che non si/ abbina o in un mazzo che non si ricompone, e perfino l’allusione crudele della metafora poetica, com’è quella della neve in una sera di solitudine gelata.

Tutto ciò è stato detto per la comprensione dei testi, che possono apparire, ad una prima lettura chiusi ed ostici, e che però, una volta trovatane la chiave, si rivelano innanzitutto come forme poetiche coerenti e ben costruite, delle quali varrebbe la pena studiare, in modo particolare, il linguaggio, soprattutto per quella corrispondenza così strettamente connessa al pensiero che lo “inventa”. Il vocabolario di Greta Rosso si compone, accumulandoli e diversificandoli, dei termini negativi del non essere o, ancora di più, dello svanire, poiché il grande scacco per lei è l’accadimento della morte, assolutamente crudele e privo di senso, al di fuori di ogni divenire sia pure caotico. La morte, nel suo senso più stretto come in quello più lato, stabilisce la frattura del “non”: esso precede spesso i verbi, conclude molti versi, si accompagna ad altre negazioni. I verbi ed i nomi del disfacimento si susseguono: hanno il colore del lutto, il rumore della spezzatura, l’inconsistenza tattile del ricordo. La stessa bellezza della natura (dei fiori, della luna, di un vento gentile) viene definita un’onta; e proprio in uno dei testi solo apparentemente descrittivo (pag. 46), che ha per soggetto il mare ed il trascolorare delle sue acque dal blu del mattino al nero-petrolio della notte, si può leggere il verso forse più buio dell’intera silloge: parte l’ultimo pianto del mondo.

Ci si potrebbe chiedere se davvero da nessuna fessura, da nessun interstizio tra le pietre di questo edificio verbale, penetri un refolo di gioia. E la risposta non sarebbe confortante: quei pochi ricordi felici che vi si trovano sono tanto lontani e sbiaditi da sembrare insignificanti. Eppure Greta Rosso ha saputo confezionare un miracolo costruttivo: la sua poesia è così curata (quegli enjambements ripetuti ed efficacissimi, quelle misure mobilissime ed intenzionali dei versi), così pensata, così compatta e così straordinariamente “bella”, di quella bellezza che ha il dolore rimpastato attraverso una sicura raffinatezza estetica, che non credo che essa finirà/ coperta, poi dissolta, nella polvera ferma/ delle strade. Non credo.

Franca Alaimo

21 Settembre 2015