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In C’è Nunzia in cortile di Marco Pelliccioli avviene una sorta di conciliazione tra storia e poesia. L’immaginario si lascia alle spalle lo scheletro dello stesso immaginario mentre lo spazio vitale della narrazione tangibile e dicibile prende il sopravvento sul turbine della quotidianità del microcaos innescatosi.

Pelliccioli si sporca le mani con la curiosità morbosa dei giovani e con il senso civico di un indagatore che guarda al futuro. Ora, tra le domande che assillano l’esistenza dell’uomo, insieme ad altre domande drammatiche che riguardano la guerra, l’amore, l’odio, la redenzione e la fame, c’è una serie di basilari quesiti che il poeta ci pone: “Qual è la tua storia?”, “In che rapporto ti poni con essa?” e, in ultimo, “Cosa farai per cambiarla?” (D.R.)

D.R. Nell’incipit che hai lasciato a “Una sera come tante” di Giovanni Giudici il dubbio esistenziale è “che si viva o si muoia è indifferente” “dove il male è facile e inarrivabile il bene”.

Nella poesia Il vulcano “per le strade, nei cortili, per le vie, nei quartieri dimenticati” si intravede un “orfano rastrellato in via Paderno a caccia della Storia”.

La storia diventa ricerca claustrofobica.

Quali sono le armi di questo speciale cacciatore che muove la sua ricerca?

M.P. Ciò che muove la ricerca di C’è Nunzia in cortile è il desiderio di ascolto, comprensione e di conoscenza dell’altro. Un’interrogazione che, attraverso il soggetto comparso nella scena, svela qualcosa che riguarda lui, il lettore e chi scrive: l’io cede posto all’altro per divenire un noi, gli occhi vengono “cavati” per essere corpo, sguardo, sangue altrui e diventare una comunità che riflette sulle proprie radici e sulla propria identità, partendo da stralci di una quotidiniatà semplice.

È in questa comunione, in questo momento che viene a noi concesso, che l’abisso della morte, per un momento, tace, e ci lascia sospesi in un affetto, una religio comune.

D.R. Nel capitoletto I cortili di Via Furietti ambienti le tue storie nei cortili, spesso di case popolari o di periferie di città da te vissute o visitate come Bergamo sino a coinvolgere una Roma ancora pasoliniana in rovina. La storia è contestualizzata ormai in microcosmi. Come può la poesia elevare la quotidianità a universale? Partendo dal caos, a chi ti rivolgi “tu, che chiedi: “qual è la tua Storia?”

M.P Se la poesia nasce come ascolto, come testo in grado di dare voce alla quotidianità in cui siamo immersi, forse, può ampliare il proprio racconto a un soggetto plurale e divenire universale. Il quotidiano, comunque, di per sé contiene già tutti gli elementi per essere universale.

Molte poesie di questo libro sono nate lungo il tragitto che ogni mattino compio per raggiungere la stazione ferroviaria di Bergamo: via Furietti, i cortili delle case popolari, via Don Bosco e la minuscola via del Conventino alle spalle del Patronato San Vincenzo. Un breve percorso nel quale la quotidianità delle persone che incontro, se osservata attentamente, può dirci molto, nei piccoli gesti, nelle rughe, nelle cicatrici, nelle fattezze fisiche di questi corpi consumati dal tempo. A costoro, così come al lettore, rivolgo la domanda: “qual è la tua storia?”, che è poi la mia, e forse la nostra.

D.R. Chiamando in causa i protagonisti che si avvicendano nelle poesie lo fai dando loro il proprio nome. È una sorta di presa in carico di responsabilità da parte tua per una impossibile redenzione? Gli oggetti Alberto, Carmelo, Alfredo, la maestra Renza diventano persone e si animano costantemente verso la sconfitta che cercano di evitare scendendo a un compromesso quasi inevitabile. È forse meglio “un tristo accordo, che una causa vinta”?

M.P. Per alcune storie, come quella di Giorgio, può valere l’amaro compromesso di un “tristo accordo” piuttosto che le conseguenze di una “causa vinta”. Per altre no. Lo storpio credo rappresenti una storia di coraggio e di amore per la vita, Alberto un percorso di pentimento e redenzione. Tore un rimando allo scorrere del tempo, Carmelo e Alfredo al sentimento del distacco e alla scoperta della morte provati nell’infanzia, Il trans gender alla disinibizione della pulsione erotica

Alcuni nomi sono reali, altri inventati, altri possibili, ma poco importa. Ciò che conta credo sia il legame che mi ha portato a sentire una certa storia più di un’altra in un dato momento. Un legame che ci consente di attraversare i drammi della nostra vita in maniera più condivisa e partecipata, ciascuno certamente col bagaglio delle proprie esperienze individuali ma in un destino che, bene o male, è il medesimo per chiunque.

D.R. In Lo storpio la fuga sembra essere l’unica soluzione “In sella al suo triciclo rosso pedalava contro la tempesta avvolto nella giacca a vento le gambe attorcigliate a spingere i pedali”. Che futuro hanno questi personaggi? Hanno più senso le loro stesse menomazioni (cicatrici, dita amputate etc.)? Davanti a chi? A qualche Dio?

M.P. Quella dello storpio non è una fuga ma una condizione esistenziale affrontata con grande coraggio e dignità.

Si tratta di una storia vera. Quando ero ragazzino, lungo la strada provinciale che collega Seriate a Brusaporto, vedevo spesso un uomo a bordo di un grande triciclo rosso. Rimasi molto colpito quando, una sera, nel pieno di un temporale, lo vidi pedalare sotto la pioggia. Per me fu naturale accostarmi con la macchina e chiedergli se volesse un passaggio. La sua risposta fu brutale: “No, ce la faccio da solo, vattene!”, mi disse. Ci misi un po’ di tempo per elaborare quel rifiuto, da una parte mi sentii pure in colpa, ma quando, due anni fa, a seguito di un doloroso dramma familiare, me lo ritrovai nei pressi dell’ospedale e mi sorrise vedendomi accompagnare una persona cara nella mia auto, decisi di descrivere quel ricordo: forse, pensai, ho compreso il suo gesto, il suo coraggio e ho qualcosa da imparare che posso condividere.

Le menomazioni fisiche hanno sempre avuto un forte effetto su di me, probabilmente perché testimonianza evidente di un dramma che ha colpito l’esistenza di chi ne è vittima. Ciò che più mi colpisce è il rapporto tra questa menomazione e la vita che è venuta dopo, il coraggio, la dignità e la forza di andare avanti comunque, in alcuni casi con grande saggezza.

D.R. Dopo molte poesie, finalmente, esordisce ̶ in modo quasi imbarazzato ̶   Nunzia nei panni di una sorta di guaritrice di ferite umane (cfr. la poesia Il girasole), e spirituali come un Messia tanto implorato dai diseredati: “portò in dono un girasole e nonostante le anche sfatte dall’artrosi accarezzò con le sue dita storte quelle manine ancora non capaci di piegarsi”. Qual è la differenza tra il cortile di Nunzia e tutti gli altri cortili? Ci sono dei punti in comune?

M.P. Il cortile di Nunzia è il medesimo di Alfredo, Giorgio, Carmelo, Tore ecc. Nunzia, però, ha un dono: il girasole, simbolo di amore, speranza, umana commozione e commiserazione.

È questo il messaggio che prova ad annunciare questo “angelo dei diseredati”, come l’ha definito Franca Alaimo, che assume su di sé “l’offesa del tempo, la deformità di una condizione esistenziale estrema e dolorosa”, rovesciando “l’usuale iconografia che lo vuole bellissimo e giovane”, mantenendosi “prossimo ai tanti che popolano con le loro vite di grigia innocenza i quartieri periferici della città di Bergamo, tra umili e logori oggetti, case decrepite e invase dalla muffa”.

Il volto di Nunzia che, come quello di altre mille vecchie madri, dopo una vita di sofferenze, rinunce, privazioni, è ancora capace di sorridere, credo sia uno degli insegnamenti più grandi che possiamo ricevere.

Noi tutti siamo figli di questa Nunzia, di questa generosità, di questa pietas, di questa storia che dal dopoguerra a oggi (per restare nel contemporaneo) ha forgiato le radici della nostra identità. Non comprenderlo, non sentirne il valore, la portata, ci renderà credo miopi di fronte ai drammi della nostra quotidianità e del nostro tempo.

D.R. Nel capitoletto Terra di confine le liriche dedicate alla commemorazione di eventi assai funesti lanciano inevitabilmente “Un SOS in cielo aperto” che “squarcia le grida di un «aiuto!»”. A chi è rivolto? Chi può ascoltarlo al giorno d’oggi?

M.P. Mi chiedo chi possa non ascoltarlo… Spesso ho l’impressione che i fatti riportati dalla cronaca restino semplici notizie alle quali assistiamo passivamente, come spettatori impotenti di uno spettacolo crudele.

Sembra quasi che la realtà che ci viene denunciata appartenga a una dimensione altra, virtuale, lontana dalla nostra, buttata lì in mezzo al baccano di notizie come se niente fosse.

In una poesia come Autogrill ho provato a ricomporre queste due dimensioni, quella reale e quella virtuale, accostando l’esperienza diretta di un pescatore mazarese che ha assistito, coi propri occhi, al ritrovamento in mare aperto di centinaia di cadaveri, a quella di un cassiere di un autogrill, che neppure sembra accorgersi di quanto viene annunciato dal telegiornale.

È questo scollamento che più mi inquieta, questa mediazione del reale in fatto intangibile, inorganico, altro da sé. Come la madre rom, a cui sono appena morti quattro figli, dimenticata per strada, abbandonata al suo destino, percepita addirittura come causa del nostro malessere sociale. O i lavoratori di Rosarno, costretti a vivere in case di cartone nell’indifferenza generale.

Questo SOS, questo grido di aiuto è rivolto, anzitutto, alla coscienza di chi ha perso questo legame con in reale.

D.R. Pensi che solo l’arte possa portare alla ribalta la voce dei diseredati?

“94, 110, 127 sacchi”, riportano i giornali, “Tesfit, Habton, Bereket, Goitom”: qual è la vostra Storia? (autogrill) bib” . Ci sono a tuo avviso responsabilità politiche in tutto questo?

M.P. Che ci siano responsabilità politiche è evidente. Ma ciò che vedo maggiormente messo in pericolo è l’affetto umano, che tende incredibilmente a vacillare di fronte a quanto accade ormai ogni giorno. Forse ci dimentichiamo che stiamo parlando di vite umane, di persone come noi, la cui vita ha il nostro medesimo valore.

“Come si fa a non capire che la vita di Obama ha la stessa importanza della persona che sta passando adesso accanto a noi?”, mi ha chiesto di recente Maurizio Cucchi durante un’intervista.

È questo il punto. Come possiamo parlare di fenomeni quali l’immigrazione, l’accoglienza, l’integrazione, senza ricordare che ogni singola vita umana ha la medesima importanza? Come si può stabilire un principio diverso da questo?

La poesia, forse, può contribuire a questa presa di coscienza trasformando la notizia in racconto, inceppando, attraverso la parola, la mediazione operata dai mezzi di comunicazione e dal potere.

Raccontare le singole storie di Tesfit, Habton, Bereket e Goitom, quattro sopravvissuti alla sciagura del 3 ottobre 2013, assumendo, per empatia e immedesimazione, il loro punto di vista, potrà forse sensibilizzare le coscienze con più forza rispetto a una semplice notizia in cui viene tecnicamente comunicato il numero delle vittime di un barcone affondato.

Se proviamo a ripercorrere quanto vissuto da ciascuno di costoro, forse, ogni unità diventerà una vita umana più simile, più vicina alla nostra.

D.R. Girasoli e Palle rosse sono elementi ricorrenti in passaggi cruciali di diverse liriche. Cosa rappresentano per te?

M.P. Oltre i riferimenti letterari (e non) a cui rimandano questi due simboli, mi interessava conferire loro una dimensione narrativa, come elementi primari del racconto.

Così accade al “girasole”, che da simbolo di amore e speranza diviene espressione di smarrimento e profondo dolore di fronte alla morte precoce di Elisa, una cara amica (“il girasole capovolto / radici nell’aria”). Eppure, è proprio un incontro decisivo, l’amore descritto nell’ultima sezione, capace di raccogliermi in ginocchio durante la cerimonia funebre, di sanare gli “occhi bruciati” con le mani, a vincere il dolore del distacco e a seminare un sentimento sincero, autentico, vitale, che farà nascere un nuovo girasole, figlio del gesto di Nunzia (Gli gnocchi), sbocciato in “lettere d’amore” ancora da scoprire.

Lo stesso potrei dire della “palla rossa”, simbolo dell’innocenza vissuta nell’infanzia, dello stupore, dell’entusiasmo, della meraviglia di fronte al mondo che solo un fatto così tragico come la morte può mettere in crisi: la palla rossa che “non scende più dal cielo” e che solo nella sezione finale scenderà di nuovo nel cortile.

Al di là dell’esperienza biografica, mi interessava raccontare la dimensione poliedrica del simbolo, la sua capacità di mettere insieme (sym-ballo) aspetti diversi e complementari dell’esistenza (“Eros/Thanatos”, per esempio), conferendo loro una narrazione.

D.R. Tu, in quale cortile vivi? E chi vorresti trovarci?

M.P. Durante l’estate ho avuto la possibilità di intervistare alcuni abitanti storici delle case popolari costruite da Luigi Luzzatti nel quartiere Malpensata in cui vivo. Un monumento storico, sono le prime case popolari a essere state costruite in Italia agli inzi del Novecento.

Ciò che più mi colpisce dei loro racconti è una dimensione comunitaria che nel giro di qualche decennio sembra essere scomparsa.

Basti pensare al ruolo che in passato hanno avuti i cortili di queste case popolari, dove la sera, dopo la giornata di lavoro, le persone erano solite trovarsi per condividere la cena, portando ciascuno quanto necessario per mangiare insieme. Per non parlare del fatto che nel dopoguerra queste case non avevano i vetri alle finestre o le porte d’ingresso, talmente era naturale il sentimento comunitario che apparteneva agli abitanti.

Parliamo del ceto proletario, delle classi meno abbienti, di un mondo povero eppure animanto da un sentimento di allegria e di appartenenza. Certo, la fame e la miseria sono realtà drammatiche che non possiamo in alcun modo idealizzare, e il benessere economico ha migliorato per diversi aspetti le condizioni della nostra vita, ma siamo certi che questo basti a rendere le nostre esistenze migliori?

Qualcosa è andato perso e, per eivtare che cada nell’obllio, abbiamo una grande possibilità: raccontarlo.

IL CURATORE

Dimitri Ruggeri è un performer e poeta orientato sperimentalmente alla “poesia di reportage” (V. Esposito) di cui può essere considerato il pioniere (B. De Feis – Oubliette Magazine). Consegue la Maturità presso il Liceo G.B. Benedetti di Venezia come allievo della Scuola Navale Militare F. Morosini e la Laurea presso l’Univ. degli Studi La Sapienza di Roma. Si sono occupati dei suoi lavori, Alessandro Fo, Lello Voce, Claudio Pozzani, Vittoriano Esposito, Giovanna Mulas, Marco Pavoni, Bruna Capuzza, Alessandro Canzian, Maurizio Cucchi, Cinzia TH Torrini, Simone Gambacorta, Scuola Holden di Torino e tanti altri.

È autore delle pubblicazioni di poesie Parole di grano (2007), Status d’amore (2010), Carnem Levare, il Cammino (2008), Soda caustica (2014) del racconto e reportage Chiodi e Getsemani, versus Gerusalemme (2010), della silloge Il Marinaio di Saigon (2013). Tra i principali riconoscimenti si segnalano: Vincitore con Il Marinaio di Saigon – Premio Mioesordio della critica Festival Internazionale poesia di Genova 2014, Vincitore Poetry Slam #pescaraleggeperchè 2015 –Giornata mondiale del libro, Finalista Premio Letterario Internazionale Jacques Prévert 2011, Premio Speciale Premio Europeo di Poesia Oscar Wilde 2008, Menzione Speciale Premio Nazionale di Poesia Mario Gori 2007, Finalista Premio internazionale di poesia Mons Aureus 2008, Finalista Concorso Poesia in cammino Accademia d’Abruzzo 2008, Selezionato Concorso RAI (Futura) Miss Poesia 2006. Maggiori informazioni su www.dimitriruggeri.com