di Claudia Bonadonna

La leggenda lo vuole subito malato di asma, ladruncolo, le ossa rotte, il boccale di birra scura in mano, la sigaretta penzolante tra le labbra. Bello proprio no, se non nel fulgore fugace dei vent’anni (come Rimbaud, l’altro poeta adolescente che consegnò all’immaginario collettivo la sfrontatezza della giovinezza), subito sfatto dalle sbronze e dalla vita dissipata. Bestia (a Londra, ubriaco perso, si mise a quattro zampe per fare il cane, morse un lampione e si ruppe un incisivo). Angelo. Folle. Cucciolo (con l’aria spersa che suscitava in tutti, amici e amanti, il desiderio di proteggerlo da se stesso, di salvarlo) e pagliaccio.

Lo stile cosmico di John Donne e l’immondizia culturale. Il lirismo ermetico e la volgarità smargiassa da pub. Un perenne ragazzo irredento, come il Galles da cui proveniva. Tormentato, eccessivo, a tratti fraudolento (le poesie le scriveva come poteva, anche molto in fretta se il committente era disposto a pagare presto e bene), eppure sinceramente ossessionato dalla sua vocazione. Vero nelle sue esperienze di (poca) felicità e (molte) sconfitte. Ladies & Gentlemen, Dylan Thomas.

Le lettere raccolte da Massimo Bacigalupo ci illustrano (e il termine non è casuale: qui sono veri e propri tocchi di colore, come su una tavolozza impressionista) la sua vita privata e il mondo visto con gli occhi di un ubriaco di vita prima che di alcol. Raccontano la sua innocenza molesta, “un’innocenza che proteggeva bevendo”, dice una testimone dell’epoca. Il suo bisogno disperato di sesso e di desiderio. L’arguzia, l’istrionismo. La passione iperbolica, la disperazione e l’abile commedia con cui portava in scena questo e altro. “Tutte le gradazioni dell’amore, dal farsesco al drammatico al melodrammatico, sono presenti in quest’opera involontaria di un attore consumato”, conferma il curatore nell’introduzione al volumetto.

Alla coetanea londinese Pamela Hansford Johnson, aspirante scrittrice che si congratula con lui per la sua prima pubblicazione, il ventenne Thomas confessa tutti i propri pensieri, desideri, dubbi e aspirazioni. Non si incontreranno che di lì ad un anno, ma il Nostro già dichiara amore eterno e sparge lacrime amarissime quando, reduce da alcuni giorni di bisboccia e dalla conoscenza biblica con una “pervicace seduttrice”, confessa la fuggevole relazione e rinnova tra i sensi di colpa le sue buone intenzioni di fedeltà. Al cucciolo ferito nulla si può negare. Ben lo sanno i suoi molti benefattori londinesi: artisti, editori, storici famosi, persino qualche omosessuale, ma soprattutto strambe signore dell’intellighenzia altoborghese.

Per la decana Edith Sitwell, eccentrica e potente poetessa dei circoli culturali inglesi, un Thomas squattrinato che ha da poco passato la soglia dei trent’anni spende parole d’elogio e di leziosa galanteria come il più consumato dei gigolò. Dalla “folle” (è un’ipotesi dello stesso poeta) Margaret Taylor, che di lui si prese cura nei giorni della fine, ottiene l’ambita Boat House di Laugharne; all’amante americana Liz Reitell ispira pietà descrivendosi, col suo misto irresistibile di teatro sfacciato e candida ironia, mendicante alcolizzato che striscia per i vicoli perduti della metropoli. Sono queste le lettere più divertenti e leggere. Veri e godibilissimi esercizi di funambolismo retorico, quando, prossimo alla morte, Thomas sente la sua fiamma spegnersi e la “falange di immagini” che costituisce il nucleo pulsante della sua tecnica poetica allontanarsi inesorabilmente.

Ma il redde rationem spetta alla moglie Caitlin, compagna di tutta una vita (i due si sposano poco più che ventenni nel 1937) e sua nemesi personale. Caitlin è una ballerina energica e sfrontata che non si lascia intimidire dagli sguardi languidi e dalle belle parole. Con lui resiste fino all’ultimo passando attraverso la grande miseria degli anni di guerra, ingaggiando potenti gare di bevute e dando vita a scintillanti battaglie cariche di sospetti, gelosie, violenze reciproche e altrettanto appassionate riappacificazioni. A lei Thomas dedica parole roventi di odio e passione. A lei confessa l’inconfessabile consegnandola al paradiso immaginario dell’amore perfetto, simbiotico, speculare. E’ il suo alter ego. Splendida, brutale e cialtrona esattamente come lui. Ma è anche il suo “mondo incantato”, l’abbraccio tiepido che svapora nel ricordo dell’infanzia e del natio Galles. A lei racconta le speranze del sogno americano, l’elettrizzante scoperta di un pubblico adorante nel ciclo di conferenze che all’inizio degli anni Cinquanta lo vedono impegnato nelle maggiori università degli Stati Uniti.

Stordito da una consacrazione che in patria stentava ad arrivare, Thomas si lascia assorbire dal glamour della vita d’oltreoceano e affresca vividi ritratti dei “canyon di New York”, delle “case lussuose di Washington”, delle “meraviglie di San Francisco”, dell’“inferno provinciale di Vancouver”. Affascina folle di studenti e semplici lettori, guadagna bene e spende di più. Bevendo. L’ultima lettera alla moglie è del 1953: Stravinskij li attende ad Hollywood per l’estate. Scriveranno un libretto d’opera; il grande direttore sta facendo costruire uno studio apposta per loro in giardino. Saranno per sempre ricchi e famosi. Il progetto slitta all’autunno. Quel novembre Thomas, in preda all’ennesimo delirio alcolico e alla dose spropositata di morfina che un medico spicciativo gli inietta nel probabile intento di toglierselo di torno, muore in un ospedale di New York.