È proprio questa scelta così accentuatamente musicale che mi sembra di dovere interpretare come un metodo poetico che la Merilaas adotta per lenire, se non per ninnare maternamente il dolore ed il male del mondo. Quasi non si fa caso, se ci si lascia distrarre dalla straripante quantità e bellezza delle immagini (i boschi, la neve, i fiori, gli uccelli, i cieli), alla radice amarissima da cui questa poesia nasce.

“Fuggire/ dove ma dove/ dalla tremenda tristezza dell’universo?”, si domanda la poeta, metaforizzando nella “solitudine dell’inverno” ben altri mali che pure risuonano nella sua poesia: la guerra, la povertà, la crudezza della realtà, l’inutilità dell’annunzio angelico in un mondo senza più pace. Solo la musica delle parole può ripristinare, l’armonia e la bellezza. I loro messaggeri sono sparsi ovunque: un tardivo bocciolo di un azzurro profondo; la calugine d’argento degli anemoni bianchi, il papavero che arde focoso, l’arcobaleno iridescente, il melo che fa “dondolare sottovoce/ le gemme addormentate”.

La poesia è, dunque, concepita come una casa (La valle degli usignoli, pagg. 25-27), simile a quella dell’infanzia riscaldata, benché fosse tanto misera, dall’amore dei genitori e dei fratelli, in cui non giunge eco alcuna del mondo esterno. La circonda uno spazio edenico, una valle “piena di padi in fiore”, e di alberi abitati dagli usignoli, il cui canto va però interpretato simbolicamente secondo un’antica tradizione che lo accosta a quello del poeta. In questa casa, infatti, vivono ormai vecchi la stessa autrice ed il marito, anche lui fine versificatore, e attendono che arrivino i giovani poeti “a farsi dare una lezione di canto dagli usignoli” e a “parlare d’amore” tenendosi per mano. Loro, i padroni di casa, offriranno agli ospiti un bel dolce fatto di colostro (il latte denso, il più buono, il cibo degli dei, degli eletti) e cederanno volentieri la loro eredità sentendo “sulle spalle il peso dei loro piedi”.

La casa dell’infanzia e quella della poesia coincidono anche perché è dalle prime esperienze di povertà, di sofferenza, di amore familiare, di bellezza paesaggistica che la seconda prende materia per le costruzione dei suoi testi, che ne vibrano con un’intensità tale da commuovere. I versi della Merilaas, infatti, costituiscono un raro esempio di linguaggio limpido e diretto che coniuga insieme l’elemento lirico e quello narrativo, senza mai cedere, come scrive la prefatrice e traduttrice Põld, a “giochi manieristici o ad accenti troppo intellettualizzanti”.

Essa piuttosto sceglie lo stupore, l’incanto, un atteggiamento di fronte alle cose del mondo che ricorda il fanciullino del Pascoli, ma con esiti maggiori di grazia, capace di fecondare il male ed il dolore, di illuminarli ed oltrepassarli attraverso la prodigalità della musica verbale.

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