di Nadia Agustoni

 

Le due epigrafi, apposte a “La casa orfana” di Daniela Andreis, si collegano al titolo del libro con molta immediatezza e nello stesso tempo sono una parentesi aperta al cui interno due mondi si guardano. La Cvetaeva più ariosa, poco incline agli “indizi terrestri”, fronteggia Paul Celan, col suo carico di vuoti e insieme quel salvare gli affetti, portarli. E’ in questa orfanità, sottolineata dalla precarietà della rondine che non starà a lungo nella mano (Cvetaeva), e nel mondo andato via (Celan), che Andreis dà voce alla sua casa. La prefazione di Cristina Annino sottolinea varie cose interessanti, tra cui l’uso di “metafore secondarie”, quotidiane e nota come sia difficile capire se Andreis alluda a un impossibile “idea di rifugio” in senso amoroso. Forse è sopratutto venuta meno l’idea stessa di una casa paterna o materna e in questa raccolta, aperto è lo stesso finale che non dà alcuna certezza.

 

La quotidianità, già nel primo testo, si mostra e si ritrae, c’è un ingrandimento che annulla subito il   campo ristretto dell’abitare una stanza: “ Sono più grande delle porte… prendo il pane che mi è dato, /scartato / nell’angolo, da un orecchio sanguino / dall’altro sento la metà di quel che gli angeli dicono”. (p.16) Gli indizi non terrestri prevalgono, ma la presa del mondo comune non lascia mai il campo. L’autrice è consapevole (l’orecchio sanguina) di questo essere attraversata che è poi un abitare interrogante, un ascoltare ciò che ci cambia o ci cambierà.

 

La “casa orfana” è casa di pianura, ma l’orfanità è il corpo misterioso che si cela, rivela solo il necessario e l’infanzia (ma di chi?) raccoglie un possibile perdono, una quasi impossibile salvezza. Nel testo a pagina venti abbiamo così un corpo che è al centro di qualcosa e tra mille oggetti e gesti sembra voglia rimandare una sentenza che nel verso finale arriva inappellabile: “ Nell’attesa non so dove mettere le braccia” (p.20) Quindi la mancanza (di qualcuno?) sembra disfare il mondo, che appare di continuo con: “ Mattoni forati… giocare agli indovinelli…” e qualcosa di inquietante al di là delle pareti. (p.23)

 

Il trasferimento dal fuori al dentro e viceversa è continuo. La voce registra possibili perdite: “ti chiedevi quanti frutti avresti dovuto abbandonare…”(p.27) e lascia spiragli d’ascolto, un orecchio sempre all’erta (il mondo diventa le molte soglie che aprono ad altro), così che “l’erba del diavolo” allude a quello che l’infanzia conosce bene: l’entrare è anche un uscire, l’uscire un entrare perché la porta è il corpo stesso; psiche e materia, cielo e suolo.

 

Se la casa non protegge e se il corpo è soglia, confine, l’interlocutore di Andreis è un essere indefinito a cui si può dire: “per andarsene non servirà partire”(p.28) e certamente coglie il dubbio di essere di fronte a un monologo, il poeta parla a se stesso in/di uno spazio dove immagini spogliate dall’appartenenza, pur rimanendo famigliari, sono il segno non di una realtà o di cura, ma dell’irrisolto e di una solitudine che può smarrirsi solo a metà. Ed è questa forse la tragedia contemporanea cui Andreis va di continuo, senza esplicitarla.

 

C’è un darsi che affranca dalla speranza e una claustrofobia che chiude le parole. L’elenco lascia fuori: “ il mio nome / il tuo nome / e poche altre cose dicibili…”(p.36) e questo conferma che il difficile è attuare quello che è “dicibile”, mentre l’arretramento cui siamo tutti sottoposti diventa pian piano una dismissione di affetti e luoghi, di gesti e case. Lo stesso linguaggio si attesta tra il lirico e il parlato, dove l’uno sembra fermarsi l’altro sopperisce con elenchi di cose.

 

I disegni di Giovanni Benedetti che illustrano le pagine del libro, accompagno i versi di Andreis diventando essi stessi un testo. Li si segue anche senza le parole. La capacità dell’autore di rendere con tratti essenziali (a biro acquerellata) in bianco e nero, tutto il racconto, permette una doppia lettura che rende evidente l’aspetto magico, segreto di questa poesia. Nulla è risolto e nulla è nascosto. Come è per la vita, l’indecifrabile è lì davanti e sappiamo, all’improvviso, che non è necessario avere le chiavi di tutto.

 

Uscito nel 2011 per le piccole coraggiose pubblicazioni siciliane di incerti editori “aestella” è invece una densa e singolare raccolta di pagine, lettere, monologhi. Daniela Andreis dice poco di “aestella”; il nome stesso cos’è? Stella, donna, uomo, ragazzo, sole. Non lo scopriamo nemmeno alla fine; il genere rimane incerto, la sua esistenza probabile, ma lontana. Tuttavia Andreis scrive per “aestella” e solo per abitudine letteraria dirò che un pizzico di Elsa Morante e della sua isola d’Arturo vengono in mente a tratti per l’atmosfera e quel diffondersi di pathos. L’amore finito e la meraviglia per avere scoperto che si può e deve: “esistere senza il fardello del coraggio” (p.45) portano il giusto diradarsi, elegante e teso ad una sua verità. Insieme vi è la cifra di una scrittura.

 

 

In QuiLibri N.31 Settembre- Ottobre 2015