(…) L’informazione attraverso il web ha cambiato molte cose, ma non è mutata la vecchia percezione del mondo.
Non esistono ancora (e dovrebbero) sezioni come spiritualità, sentimenti, filosofie, tanto per dirne alcune. La suddivisione tematica dell’informazione è la stessa di sempre. Non basta passare da un mezzo a un altro, così come non basta migliorare il flusso delle informazioni: bisogna pensarle in modo diverso. Il futuro non è passare dal testo scritto al video o dalla rubrica tradizionale al blog. Non è fotografare il giornale di carta e dentro la foto metterci il video. Il futuro dell’informazione non è il web. Il futuro dell’informazione è l’informazione del futuro, e scusate il gioco di parole. Per diventare giornalisti non è importante imparare a scrivere (ormai, in due mesi, impara a scrivere chiunque), ma imparare a pensare e a guardare, imparare a capire cosa vogliamo sapere del mondo e in che modo. Il problema del web e dell’informazione sul web non sta nell’innovazione: quella è facile. Sta nelle humanities. Solo che stiamo facendo morire gli studi umanistici nelle università italiane. Con danni veri. Un buon ingegnere deve imparare il greco e un buon manager dovrebbe prima studiare san Tommaso e Aristotele, e solo dopo organizzazione aziendale. È finito un tempo ma nessuno sa come farne iniziare uno nuovo: chi ha studi di humanities non ha potere, e chi ne ha snobba filosofia e letteratura, lingue antiche e arte. Il risultato è che abbiamo cattivo marketing, cattiva gestione manageriale e futuri tecnologici già vecchi prima di essere realizzati.
Tutti abbiamo bisogno di fondamenta per le nostre case.
Ma senza un progetto, senza Le Corbusier che prendeva dalla sua storia – dalla sua vita – linee e idee per nuovi edifici, le fondamenta sono solo piloni di cemento armato inguardabili e inutili (…).

foto: Lucio Remesco-Webcolor

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