Tutti i corpi che ho toccato, che ho visto, che ho preso,
che ho sognato, tutti
addensati nel tuo corpo. O, tu carnale Diotima
nel gran simposio dei Greci. Se ne sono andate le flautiste,
se ne sono andati filosofi e poeti. I begli efebi dormono già
lontano, nei dormitori della luna. Tu sei sola
nella mia preghiera innalzata. Un sandalo bianco
dai lunghi lacci è legato alla gamba della sedia.
Sei l’oblio assoluto: sei il ricordo.
Sei la non incrinata fragilità. Fa giorno.
Fichidindia carnosi scagliati dalle rocce. Un sole rosa
immobile sul mare di Monemvasià. La nostra duplice ombra
si dissolve alla luce sul pavimento di marmo
pieno di cicche calpestate,
coi mazzetti di gelsomini infilati negli aghi di pino.
O, carnale Diotima,
tu che mi hai partorito e che ho partorito, è ora
che partoriamo azioni e poesie, che usciamo nel mondo.
Davvero, non scordare quando vai al mercato
di comprare mele in abbondanza,
non quelle d’oro delle Esperidi, ma quelle grosse e rosse,
che quando affondi nella polpa croccante
i tuoi splendidi denti resta impresso,
come l’eternità sui libri, pieno di vita
il tuo sorriso.

foto: Lawrence Alma-Tadema-Welcome footsteps

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