(…) Lei chiudeva gli occhi, ma anche attraverso le palpebre chiuse vedeva lo spreco del petrolio.
Non sbagliava: infatti il lume ardeva invano nella giovinezza di Aleksandr Dvanov, illuminando pagine di libri che irritavano l’animo senza che lui li seguisse più tardi.
Per quanto leggesse e pensasse, dentro si trovava sempre un vuoto, quel vuoto attraverso il quale passa il mondo non descritto, non narrato, come un vento inquieto.
A diciassette anni Dvanov non aveva ancora il cuore corazzato: non era protetto né dalla fede in Dio, né da altre forme di pace dello spirito.
Non dava un nome alla vita anonima che gli si apriva dinnanzi. Tuttavia non voleva che il mondo rimanesse innominato, aspettava soltanto di udirne il nome vero invece di appellativi inventati apposta (…).

foto: Patrizia Todisco-Ad occhi chiusi, 2007

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