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Roberto Carifi, nella plaquette di poesie La rosa e il gelo interroga la relazione tra due sostantivi apparentemente opposti, scelti come paradigmatici nel titolo e che, avvicinati da una congiunzione, introducono anticipatamente ai testi con un forte senso di riverberanza. Infatti le poesie scelte sono pervase da un movimento che oscilla tra la rosa, simbolo dell’amore, e il gelo che allude in tutti gli aspetti immaginativi alla morte. Quindi, informa di rosa e di gelo, il poeta plasma la materia dei significanti, fino a giungere a una trasparenza di sensi, percepibili attraverso l’ossimoro. Rosa e gelo, nel simbolo, attraversano le energie che azzerano la contrapposizione, superando così la dicotomia. Gli opposti dialogano, come dialoga il movimento pendolare attraverso due poli, i cui limiti sono l’esatta ed estrema espressione della energia che li sostiene. Ogni segno contiene il suo opposto, come asseriscono le dottrine orientali: la parola “amore”, che il poeta presenta all’interno delsuo grande corredo espressivo, è anche foriera di tutti i significati legatialla morte. “A”, infatti, è la vocale privativa che risemantizza un significatoaltrimenti perduto. Amore-morte si attraggono come due cariche opposte; vita emorte sono contestualmente compenetrate: «Parlavo d’amore alla morte,/indossavo la notte,/ un ciuffo di capelli intirizzito,/ tenevo nel palmo dellamano/ l’occhio materno,/ gelò in piena estate vestito di pietra/ lo volle lanotte,/ la morte abitò come un’alba il suo giorno,/ facevo battere un cuore/con le poche parole rimaste/ e al nulla parlavo d’amore». La reversibilità disenso in questa poesia è poi l’elemento testimone di forze contrarie in cuil’assenza di polarità diventa la non alternanza. E’ l’attimo, esigua frazione di tempo che apre allo spirituale, perchè, nella assenza di moto, traspare. Ora il poeta-alchimista, nel suo athanor ha trasformato il metallo vile in oro e ha ritrovato la parola perduta: «L’ingiuria del tempo/ ha un’ora di luce contratta/ vedrai l’idiota avanzare dove il maresi spoglia/ in un perpetuo pianto/ dove parli d’amore alle pietre,/ lo vedrai nella stella più buia/ risvegliato da un distacco feroce,/ da un cenno finale di addio/ mentre tiene la rosa perfetta nel nome,/ lo stelo spezzato in un palmo di mano,/ tu che sei la randagia di carne e fango,/ per ogni bacio un petalo di morte». Ma la poesia non è solo esperimento alchemico, diventa preghiera nell’attimo in cui una nuova energia restituisce forza e tutto comincia di nuovo a muoversi, ricercando il suo opposto, così che lo stupore guarda con paura una nuova incognita. Quasi un eterno riposo, nell’ora preludio del sonno:«A quest’ora del giorno/ci afferra una lingua rapace,/ la ferita di un uccello in volo./ A quest’ora si rabbuia la bocca ai persuasi, ai più decisi al compimento/e un ansimo di stelle/ soffoca in gola le parole».

Aky Vetere