(…) Le donne di Duma – giovane autrice portoghese – sembrano guardare nella nostra direzione – ci stanno osservando – ma non possiamo esserne sicuri. Ciò che complica la percezione non è l’assenza definitiva degli occhi – della loro “visione” – ma il fatto che ignoriamo la disposizione degli specchi che circondano il ritratto, e lo spessore della lente attraverso cui osservare. La vaghezza di questi dati non permette di percepire la distanza esatta alla quale siamo, e quali siano i contorni precisi della relazione che condividiamo con loro. Il poco che conosciamo impedisce di sapere quasi nulla di noi stessi “in rapporto a”, e quindi la prospettiva, la persona, l’ente che è nato tra il dipinto e chi lo osserva. Non si sa quanto le donne di Duma siano vicine, se le possiamo baciare o se possiamo solo vederle attraverso binocoli, telescopi – insomma, se siano accessibili o inaccessibili. Eppure, se ci avviciniamo, potrebbe accadere di sentirle respirare, potremmo scorgerne il palpito sulla superficie del collo, nella delicatezza della pelle, poro a poro. Potrebbero, nel mistero della loro apparente fragilità, riflettere – nell’istante del colore, della tonalità – il fiato che dà vita alla vita (…).

foto: Duma-It’s in her blood

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