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L’autrice dichiarerà in un’intervista (rilasciata poco prima di morire) a proposito del suo ultimo libro, uscito nel 2014, Las poetas visitan a Andrea Del Sarto, di essersi finalmente liberata della feroce autocensura esercitata fino a quel momento su se stessa e del giudizio degli altri, consentendo finalmente a temi fino a quel momento esclusi dalla sua poesia (come il rapporto con i suoi genitori, il matrimonio, gli eventi della sua biografia) di esprimersi liberamente, senza per questo temere di scivolare nella cursilería en total. Questa presa di coscienza le fa scrivere una sorta di manifesto poetico, quale può di fatto essere considerato il testo Àngel de la Anunciaciòn in cui i nuovi contenuti si coniugano, tuttavia, senza strappi significativi al suo passato di scrittrice. “Perduto il resto della sua tavola”, l’angelo con la “mano gotica” alzata annuncia ormai “davanti ad un vuoto”, e tuttavia non smette di farlo, perché la sua funzione è annunciare, anche se ormai ha perduto il destinatario del suo messaggio.

In sostanza, la poeta sembra chiedersi a cosa serva ormai parlare di fatti e persone che rappresentino un’età passata e che non siano più riconoscibili dalla generazione contemporanea. E la risposta ha a che fare più con la sfera dell’affettività che con quella ideologica, più con una percezione d’identità che con quella di un compito imposto dall’esterno: essa, infatti, riguarda la fedeltà alla propria memoria biografica ed al proprio talento poetico. Se, infatti, a proposito della sua precedente produzione poetica, le veniva chiesto quanto della sua biografia fosse passata nei suoi versi, la Bignozzi rispondeva invariabilmente che i suoi testi avevano poco o nulla di biografico, ma che rappresentavano il ritratto di una generazione. E precisava che la sua poesia non era politica, anche se avrebbe voluto saperla scrivere, ma che piuttosto rappresentava la sensibilità comune di quanti erano stati educati, in un certo periodo storico, a fare la rivoluzione, non a teorizzarla.

Eppure la vita di Juana Bignozzi non fu affatto ordinaria: il padre anarchico l’educa in modo anticonvenzionale, in un clima di femminismo ante-litteram, investe il poco denaro più in cultura che in beni di prima necessità, le regala libri, la porta al teatro, la iscrive all’Università. Anche la madre non obbedisce a nessun stereotipo: è dura e lucida, lavora, impone alla figlia, sia pure tacitamente, di operare per l’eternità. Dopo il fallimento della sinistra, Juana ed il marito partono per l’Europa e fissano la propria dimora nella città di Barcellona. Anche lui la idealizza e, come il padre, la condanna “all’insensibilità davanti a certe sfumature dell’anima”, dimenticando di amarla non solo per le virtù, ma anche per i suoi difetti.

Ma, se è vero che solo nelle ultime raccolte della poetessa argentina hanno voce sia certe fragilità femminili proprie dell’età avanzata, sia un’insolita ricchezza di sentimenti personali, è anche innegabile quanto profondamente la dura lucidità della sua poesia, la tagliente ironia, la potenza del lessico rappresentino, fin dalla prima silloge, l’elemento autobiografico più appariscente. Infatti, proprio in esse si specchiano quella forma mentis, quell’educazione familiare e sentimentale, quell’esperienza storica in cui la Bignozzi crebbe, e soprattutto quel cerchio di solitudine a cui in qualche modo la costrinse la sua innegabile diversità.

La qualità della sua lingua ha sempre avuto un timbro “eccentrico” che la pose, comunque, fuori dalle strade variamente praticate dai suoi contemporanei; non è colloquiale e nemmeno popolare: infatti è chiara, ma molto curata e sufficientemente colta; non è artificiosa e, però, è caratterizzata da una precisione quasi maniacale del lessico, non esita a rompere le normali strutture sintattiche e ripudia la punteggiatura, per inseguire, come è stato detto da certi critici, “un ordine naturale del linguaggio”, e, pur non essendo mutata attraverso il tempo, mantiene freschezza e fascinazione.

La stessa autrice ha sottolineato questa volontà di arrivare ai giovani attraverso la qualità e la forza intrinseca della sua poesia, poiché al lettore non importa, se ama una poesia e ne custodisce a memoria qualche verso, sapere che dietro le parole “c’è una biografia/ forse anche un lottatore/ e a volte perfino la corte di una regina”; e questa sua ignoranza sarà appunto “a gloria della poesia”: è un altro tassello che si aggiunge alla poetica della Bignozzi, la quale dichiara apertamente in “So bene che a volte mi ascoltate” che “non c’è niente di più patetico/ della canzone dell’estate la canzone del momento/passata quell’estate passato quel momento”.

Giunta alla vecchiaia, Juana Bignozzi può perfino permettersi un’ironia più soffice, più simile alla celia e financo al sogno. Immagina, così, per se stessa, liberatasi dei suoi fantasmi e della sua ossessione, vite diverse, che cominciano con il se (“se avessi saputo dipingere fiori / se avessi avuto la grazie del colore”, “se compro fiori di gesso e li dipingo”), ipotizzando banali cene con gli amici a base di carne “che il macellaio mi darà a credito” e di vino di scarsa qualità versato, per fingere una condizione d’inesistente ricchezza, nelle “bottiglie di vino buono che avevo in casa”; vite libere, in ogni caso, dalla lettura di poesie, da interviste, obblighi, compiti, doveri, e, infine, dall’imposizione di un ruolo. Ma si tratta di fughe temporanee, di capricci dell’immaginazione: “i destini si compiono fino alla fine”, “non si perdono i ricordi familiari/ gli amici di tutta la vita il retaggio dell’ideologia,/ non si abbandonano gli incarichi non si cambiano in fretta le/ adesioni a seconda dei fallimenti o delle sconfitte” afferma, infatti, nella poesia dedicata all’Angelo di Del Sarto custodito nel Petit Palais di Avignone, che fa parte della sua ultima silloge.

Juana, insomma, consegna al lettore un ritratto di sé davvero magnifico: solido, netto, privo di mutamenti sostanziali. Basta leggere questa bella antologia di testi (tradotti per la prima volta in italiano) composti dalla poetessa argentina in un arco di tempo di poco superiore a cinquant’anni, per accorgersene senz’altro.

Juana Bignozzi è morta nell’agosto del 2015: la sua poesia e la sua personalità restano nella memoria del tutto coincidenti per forza interiore, coraggio, lucidità, coerenza, sincerità, ironia: un monumento perfetto e difficilmente scalfibile dal tempo, consapevolezza che senz’altro le appartenne.

 

Franca Alaimo

28 Gennaio 2016