C’è in ogni discorso umano un segno di mistero che distingue una creatura dall’altra, si stabilisce fra le persone una comunicazione impressa in modo intimo e insondabile, puramente intuitivo. La poesia ben testimonia di tale delicata ma infrangibile forma di dialogo, come accade in questa nuova silloge di Bonifacio Vincenzi. Sono esistenze, quelle dei giovani qui ricordati e celebrati, che si trovarono a essere vittime inconsapevoli di un manipolo di fanatici spietati al Bataclan di Parigi nel novembre dello scorso anno e storie individuali, delle quali in qualche modo ci si deve fare custodi, è necessario per loro, ma anche per chi resta. Bonifacio Vincenzi, che sente in se stesso la costernazione per tale sciagura, al pari di Parigi, delle famiglie coinvolte e del mondo intero, ne è pienamente cosciente.
Perché se della morte non ci si può liberare, ricordare può aiutare ad elaborare il lutto e forse è possibile trasformarlo, come la morte, in una nuova nascita.
Questo genere di memoria si chiama amore, e l’amore rimane, anche in assenza dell’altro, perché la sua presenza non scompare con il suo non comparire più in questa dimensione.
Si deve continuare a parlare con coloro che hanno cessato di vivere, per non rischiare di lasciarli svanire e dunque tacere per sempre; se ci separassimo definitivamente da chi ci è caro, rischieremmo di farlo morire di nuovo e se è vero, come è vero, che la morte degli altri ci riguarda sempre, la morte dei ragazzi ci coinvolge e ci importa anche di più.
“Di quei ragazzi rimane / l’impazienza di una giovinezza / mai scomparsa.// Per loro e per tutti gli anni / che chiederanno conto al tempo / sarà primavera in novembre”, asserisce e presagisce l’Autore.
Ci sono sofferenze di cui non riusciamo ad attutire, nel tempo, gli effetti e quando gli altri muoiono, chi resta deve decidere il senso della propria vita.

[product_attribute attribute=’autore’ filter=’Vincenzi-Bonifacio’] Quasi tutto quello che ci sta intorno rimane fermo dove si trova, senza che noi  si possa averne totale coscienza e controllo, tuttavia ciò che nel presente accade dipende da questo indugiare di ogni cosa nell’impotere e nell’insufficienza propria dell’umano nei confronti del mondo. Non è nostra facoltà poter cambiare la maggior parte del reale e ogni morte, compresa la nostra, è e sarà una partenza individuale e solitaria verso l’ignoto; per un attimo, forse, si sentirà disperatamente abbandonato, anche chi è dotato della più solida delle fedi.   La dimensione della sofferenza non è misurabile, “Sa di vita che se ne va / la muta sensazione / che sottrae colore che cola / dal dipinto delle ore”, è la metafora dell’attimo di smarrimento che coglie il poeta e ancora “cadde la vita innocente per le colpe del mondo / non più nomi, storie e vissuto / ma un lampeggiare discontinuo / dalle caverne dell’odio”, egli ricorda, tornando agli interminabili minuti della sparatoria.
In questo caso la morte si è presentata con la maschera inespressiva dell’apatica indifferenza di chi non sa distinguere il bene dal male, per l’incontinenza diabolica di invasati annientatori, demoniaca ferocia attuata da vigliacchi verso tanti fra i propri simili (ma possono questi umani essere definiti ‘simili’?) così inavvertiti e indifesi.
Vita e morte hanno i loro ritmi misteriosi, le loro ragioni, ma “Altra cosa, invece, è andare, / in tempo di pace, ad un concerto / ed essere ricordati come vittime di guerra.”
È da trascrivere per intero il brano di pag. 26: “Le vittime sono sempre buone / e se ne vanno spesso senza salutare./ Certo, a saperlo avrebbero dato un bacio / ai loro bambini, magari anche detto ti amo per / l’ultima volta a qualcuno. Ma sono / vittime, si svegliano al mattino e non sanno / neppure che quello è il loro ultimo risveglio. / Le foto delle vittime sono sempre le più belle, / c’è una liturgia a cui i loro cari tengono molto,/ mostrano sempre le loro foto dei momenti felici, / non vogliono che si sappia in giro che anche loro / hanno pianto, che anche loro sono stati qualche volta / odiosi, sono vittime ormai, non vedranno più albe / né tramonti, non festeggeranno più nulla. // La morte è come il fuoco, purifica tutto,/ strappa alla vita e, in cambio, riempie l’assenza / di momenti felici.”
Quando la morte è intimamente legata all’amore, questo non si estingue con la morte: “Vivranno / nell’eterno presente / del grande cuore /della città del mondo.”
E ancora, per intero, citerei il brano di pag. 32:   “Caddero / sotto il peso dei loro corpi.// Non tremò la terra /né il cordoglio / del mondo intero / riuscì a varcare / i confini di quell’orrore.// Solo un pensiero innocente / di bambino / adagiò la loro anima / tra le stelle.” E più avanti osserva il Poeta:   “Altri calendari segneranno / questo giorno, si sveglieranno / commozioni, rimorsi // e nella notte un’ombra di luna / coprirà la città e i suoi morti.”
Solo il ricordo opera il miracolo del persistere di questo amore, impedendo che alle creature passate di là  venga rimosso ogni aggancio col nostro presente; dona eternità il ricordo, questa è l’unica grazia concessa agli uomini.     E a proposito di Marie Lausch, che “lasciò al mondo la luce eterna di un sorriso”, precisa l’Autore : “Credono di averti uccisa / non sanno dell’altra vita / non sanno che vivi /nel sogno dei bambini.”… “Non invecchierai mai / vivrai giovane e sorridente / negli occhi del mondo// un unico eterno amore / e la certezza di essere vissuta / senza tradire i sogni.”… “In qualche punto del silenzio / lontano da qui / qualcosa di te si muove.// Sei nell’ombra della pioggia / che non bagna.// Chi ti cerca sono le stelle cadenti / dei tuoi desideri, chi ti cerca è la strada / dove sei passata, le canzoni che nel cuore / hai cantato…”.
Se è vero che il ricordo grandemente aiuta a raggiungere il fondamento e il sostegno di ciò che siamo, si deve essere anche fermamente consapevoli del bisogno assoluto di Storia che c’è in ciascuno di noi, mentre il fanatismo contemporaneo cerca di distruggere questo bisogno, proprio per distruggere l’uomo in sé.
“Loro sono oltre, noi da questa / parte a inseguire giorni sempre / uguali, a credere che il mondo / sia ancora capace di separare / il bene dal male. Ma è figlio / di tragedie dimenticate altrove / l’odio che esplode nelle nostre / vite. E se l’amore è solo una parola / usata male allora nessuno potrà salvarci / dalle nostre colpe addormentate.// Sappiamo tutto di voi, il passato / è un libro sfogliato da mani inquiete…”.    Sono parole che invitano, mentre “rimaniamo fermi…a risvegliare sogni che appartennero ad altri”, a ripercorrere avanti e indietro, ininterrottamente, i libri di Storia, insieme ai nostri privati compendi, come fossero veri e propri prontuari per ogni esistenza.
“Siamo ciò che la vita ci consente di essere / e abiteremo tutti nella stessa assenza” asserisce, ben consapevole, il Nostro, ma il suo libro ottiene davvero di  salvare qualche goccia, qualche scintilla di speranza, che ci consenta di vivere nonostante tutto, sia pure nell’angoscia, nell’incertezza, nell’inquietudine del cuore e nella nostalgia di un passato che non c’è più.  Solo così il tempo offeso dello sdegno, del risentimento e dell’offesa, che è lo stesso del rimpianto e della nostalgia, ancorato al passato, può riconciliarsi col presente.
Un libro che ‘fa del bene’, se si lascia che nel nostro cuore risuonino le voci delle vittime degli attentati del novembre del 2015 a Parigi, per non permettere mai che sia dimenticata la loro unicità perduta.

Lucia Gaddo Zanovello, 19 marzo 2016