C’é un libro che non leggo più.
Odora di chiesa e di soffitte, parla
di amore, di diluvi universali
e di un Dio trentenne e impavido,
un ragazzo di Galilea
senza peli sulla lingua,
con quattro buchi in corpo
e un fianco da mordere.
Parla di una strada lastricata
di buone intenzioni, addormentata
sull’orlo di un pensiero debole,
appesa a testa in giù.

“Tu credi?” Poco.
“Tu speri?” Ogni giorno.

Credo a chi non mi ha mai
capita, e mi ha amata lo stesso.
Credo a Sierva Maria e alla piaghe
che le ha lasciato l’amore;
alle notti che ho trascorso senza
di te, stretta nella morsa
del tempo e della censura.
Credo che esista una morale minima,
credo che la meccanica
abbia contaminato il divino,
e credo che il divino, a volte,
possa e debba trascendere la ragione.
Credo ai tuoi occhi, alle tue promesse,
alla piega che ti si forma sulla guancia
quando sorridi, ai tuoi orecchini di perla,
ai tuoi sogni, micro e macro.
Credo al tuo profumo, credo a queste carte.
Credo a Eugenio Montale,
ai suoi malesseri, al suo sogno perduto.
Credo a Sofocle, a Edipo, a Elettra.
Credo nel silenzio di chi si è arreso alla noia,
di chi si è concesso al primo venuto.
Credo che l’amore sia eterno ma mortifichi.
Credo in te che in me non credi.
Credo nel Destino, nelle coincidenze,
nelle premorienze. Credo alle premesse,
mai alle promesse.
Credo al freddo, al fuoco,
alla Terra. Credo al tempo
che passa e ci incornicia di rughe.
Credo che i demoni esistano
e che possano volare. Credo che ti amerò
finché un passato imperfetto ci separerà.
Credo nel mio coraggio e nella mia arte
di disperazione. Credo che gli occhi
costruiscano più delle mani,
credo non ci sia tempo da perdere.

foto: Gordana Hajnovic-The sound of memories, 2009

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