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“L’eroe” che ne è protagonista, ricorda quelli dei più celebri poemi epici della letteratura classica, quali l’Eneide e l’Odissea, e per affinità e per antitesi. Se il nòstos per mare è lo stesso di Ulisse, a differenza dell’eroe itacese, egli non sceglie di ristabilizzare il proprio sé seguendo la via della razionalità, ma quella dell’arte, acconsentendo al delirio del canto, al quale quello si era sottratto facendosi tappare le orecchie con la cera. E se come Enea sacralizza la figura del padre, in quanto simbolo del suo passato e di quello di un popolo ormai sradicato e tradito, nel suo errare non resta fedele, come il pius eroe virgiliano, agli antichi dei, ma cerca sempre nuove risposte e una diversa forma di religiosità, libera da riti e sovrastrutture.

Infatti, non di ateismo, né di blasfemia potrebbe essere accusato l’autore sulla base di una lettura superficiale di alcuni suoi versi. Al contrario, la componente religiosa de suoi testi, che risentono, fra l’altro, di tante suggestioni provenienti dalla lettura delle pagine bibliche, è evidentissima. La religiosità dell’autore sembra trovare la sua più compiuta espressione nella figura dell’eretico Pietro Carnesecchi (pag.50), alla quale egli sembra aderire fino a sovrapporvisi. Ne è segno evidente l’uso dell’io narrante allo scopo di autogiustificare le proprie scelte per obbedienza al bene e al vero, al riparo degli idoli “ridicoli e feroci” venerati dai sacerdoti e dall’inferno “degli uomini e dei culti”.

Si potrebbe interpretare come un ulteriore elemento di tensione spirituale anche la presenza di uno stupore cosmico che suggerisce all’autore versi di straordinaria bellezza, quali: “l’occhio punta la stella delle messi, / anche la più lontana è amore/ perché dalle costellazioni/energia e materia vagano a noi dal cosmo /(dal cuore delle stelle già il carbonio),/ tutto è un gran fermento di promessa” (Del nostro amore, pag.43)

La stessa trasgressività, che caratterizza la ricerca religiosa, è implicita nella scrittura della poesia, la via irrazionale del percorso interiore voluto dall’autore, la quale trova la sua metafora nella fiaccola di Ewald, capace di accecare con la sua luce il demone, ma non di sconfiggerlo. Infatti, la poesia non guarisce il mondo, ma lo oltrepassa con l’impeto della visionarietà, creando “mondi virtuali,/ i soli che precedono il possibile.”.

E, del resto, la fiaccola di Ewald è un oggetto tratto da una bella favola raccontata dallo scrittore Ferdinand Raimund nella commedia La corona che reca sventure; il poeta lo sa bene, tanto da sostenere che “il trucco sta nel non fraintendere/ la forza inesauribile del sogno”. La fiaccola di Ewald non è il Bene che sopraffà il Male; ma il Sogno che acceca la realtà per permettere l’ingresso in una sovrarealtà.

È questa, in sintesi, la tessitura narrativa di questa silloge, che, come dice bene nella sua bella prefazione Gennaro Mercogliano, si inserisce in quella “linea ionica della poesia, nella quale la liricità (…) non è andata mai definitivamente persa”. Devo dire che è proprio la mediterraneità di questa poesia di Rocco Taliano Grasso ad avermi entusiasmata.

Il libro potrebbe essere letto anche come una sorta di viaggio nel territorio e nella storia della Calabria, terra da sempre tradita dalle politiche nazionali, come del resto, tutto il Sud, ma splendida nei suoi paesaggi, cromaticamente accesa e fervida, struggente come certi amori ormai lontani, ricca di tradizioni. Viene subito da pensare a Dante Maffia, altro autore calabrese molto noto nel panorama letterario italiano, ma anche a poeti greci, come Kavafis ed Elytīs, anch’essi liricamente intensi e vibranti nella descrizione di paesaggi assolati e marini, anch’essi così fedeli al passato mitico del Mediterraneo.

Questo secondo percorso dà, inoltre, agio al poeta di rievocare, anche se per cenni, la propria vita: l’ emigrazione al Nord, come tanti suoi compaesani, il dolore del padre rimasto a Cariati, il primo amore, il ritorno nella sua Calabria, l’esperienza del carcere in quanto obiettore di coscienza.

Tutto è raccontato attraverso una lingua cristallina nei suoi esiti espressivi, ma lavoratissima, classicamente atteggiata, che intreccia una serie di riferimenti colti rivisitati in modo del tutto personale.

E, tuttavia, quella di Rocco Taliano Grasso è una scelta mai estetizzante, ma, piuttosto, sentita come necessaria a dare voce ad una visione coerente del rapporto fra passato e presente, classicità e contemporaneità, tra vita e arte, tra realtà e sogno e tra autobiografia e invenzione.