Così, la mancanza di radici si è rivolta come un double face nell’accentuare le radici visibili, anche quando il legame era puramente di memoria affettiva, di mito delle origini (<<mai dimenticherò – scriveva – le parole del desco familiare, progressista e femminista>>). E’ così che, grazie alla poesia, nell’urto incandescente tra solitudine e storia, trascende la sua condizione biografica ed è capace, come accenna il prefatore Stefano Bernardinelli, di delineare diverse esistenze, diversi destini, il ritratto di una generazione : << delle sue sconfitte, della problematica sopravvivenza delle sue idee; e si proietta verso il futuro, nel quale immagina “figli che non ho avuto che torneranno a scegliere i loro nemici / gli renderanno di nuovo difficile la vittoria finale”>>. L'<<emancipazione attraverso la sofferenza>> non ha impedito a Juana Bignozzi, di amare la letteratura (ha tradotto più di 400 libri, da Duras a Le Clèzio, tra gli italiani prediligeva Montale, Caproni, Bertolucci, Pavese) e l’arte, la musica. Cosciente di appartenere a un’altra storia, scriveva: <<Ormai nessuno sa di cosa parli / è tutta una storia ignorata e indecifrabile/ che innamora per sempre solo quel fantasma // si scrive sempre per quel fantasma / per un conto pendente e occulto / per un fantasma intimo e segreto / la sua presenza fa i poeti>>. E ancora, sull’Angelo dell’Annunciazione di Avignone: <<quella che stava davanti a me è scomparsa /(…) / alzo questa mano gotica / e annuncio davanti a un vuoto dove so che qualcuno ascolta>>.

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