Ora è la volta delle stanze,
dei luoghi che non esistono, quelli
che vengono su ad istanti, di sbieco, e sono
sempre dove si è cessato di guardare
o non si guarda ancora, proiezioni e riflessi
in un prolungamento dello spazio vengono
fuggevoli a galla nei sogni del sonno
o in quelli che scorrono incessanti in noi
e solo a momenti sentiamo: la scala non cessa
lassù al pianerottolo sotto il lucernaio,
s’apre sul muro la porta d’un altro appartamento – oh
la scarsa luce dalle imposte accostate, il respiro d’inchiostro disseccato, la
polvere dei libri e del tarlo,
i copialettere oppressivi – è il parente
di generazioni più addietro mai esistito
se non forse in una fotografia (ch’era d’un altro!) avvizzita.

Così una sera, spenti ancora i lumi,
il coperchio d’una stufa coi suoi
trafori chiamò l’ingresso
d’una fuga di stanze su la parete.

foto: Fabrizio Caron-Open door, 2009

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