Recensione “Tentativi di resistenza all’oblio” di Marco Sartorelli (Ediz. LietoColle)
 

Marco Sartorelli è aforista e come tale conosce il significato, il peso e la consistenza della parola: ne domina il fluire nelle frasi, l’appone nel perfetto contesto, la sostituisce alla banale definizione in una pagina, ma scevra da lirismi.

“Tentativi di resistenza all’oblio” sono però tutt’altro che un esercizio di stile e di perfezionismo letterario: sedici racconti brevi, sedici immagini di un vissuto arcaico che presumibilmente galleggiano nell’inconscio collettivo e che vengono proposti nella loro realtà drammatica con il distacco proprio del testimone che sa di appartenere a quel mondo e che vuole trarne lezione per sopravvivere alla dimenticanza altrui.

Nei personaggi esiste la consapevolezza dell’eterno ruotare di vita e morte, bene e male, luce e tenebra, bianco e nero, sostenuta da una forte coscienza del proprio essere non solo carne, ma qualcosa che – dissolto il corpo – resti nella memoria.

Così lo scultore a cui verranno mozzate le mani lascerà l’impronta della sua anima nel Taj Mahal; nel ricordo di una madre cieca s’imprimerà il colore verde degli occhi della figlia mai visti; l’ultimo sguardo allo stellato entrerà nel cuore al suicida, per sempre. Ma sarà l’impresa demoniaca de “Il professionista” a rendere esplicito il concetto di ricordare, perché la volontà di rimanere vivo nel cuore e nella mente della pianista infedele attraverso gli occhi (oltre che nelle mani) assume tutta la forza di un atto assurdo e definitivo di un essere in cui l’amore conosce il suo opposto, l’odio.

Sedici sono i racconti: sedici è nei tarocchi l’arcano “La torre – La maison de Dieu”, cioè la punizione del divino alla protervia umana… C’è da sperare che personaggi così ben delineati aiutino il lettore a riconoscere e tenere a bada il Prometeo (o il suo opposto) che alberga in ognuno di noi!

Chicca Morone

 

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Recensione
“Tentativi di resistenza all’oblio”

 

Tentativi di resistenza all’oblio di Marco Sartorelli, edito da Lietocolle, riporta in vita brevi storie di epoche passate restituendo loro la dignità del ricordo.

Già dai primi racconti, però, s’intuisce che la renitenza non riguarda solo la dimenticanza, ma ha a che fare in qualche modo con la sorte. Se si esclude “Il professionista”, in cui assistiamo alla macabra amputazione delle dita di una pianista infedele per mano di un cacciatore di teste che fa del perfezionismo la sua ragione di vita, i protagonisti oppongono una resistenza rispettosa, sussurrata, mai urlata, consapevole dei propri limiti, ma che non ammutolisce di fronte alla voce grossa del destino. E il destino si fa sempre sentire: sbraita tra le onde tempestose nel racconto “Le isole Magnifiche”, urla il dolore del Moghul per la perdita dell’amata moglie ne “Le mie mani”, strazia l’eco di sofferenza in “Rosso rubino (il terzo giorno)”, stordisce il rumore della solitudine ne “L’ultima partenza”.

Eppure, nei protagonisti persiste la volontà di farsi ascoltare. La resistenza all’oblio, come al destino, trae la sua forza da quei nonostante tutto che forgiano la consapevolezza della propria condizione; Sartorelli riesce abilmente a sottolineare come resistere non sia un insensato atto di ribellione. La scrittura è asciutta, senza fronzoli, l’uso frequente della prima persona consente un salto temporale non traumatico e un rapido ambientamento all’interno della storia: con naturalezza vestiamo i panni di un boia nel racconto “Di padre in figlio”, ma torniamo bambini con Martino alle prese con una lucciola in “Luce”, e se in “Frate Oloberto” e in “Verde” i colori della vita ci fanno spalancare gli occhi malgrado la cecità, in “Madreblu” li chiudiamo per tuffarci nel suicidio di una giovane donna.

 

Stefania Hauser