Quando ero albero, c’era una parte di me che avvertiva
con tale tenerezza l’umidità acerba delle cortecce
e il legno autunnale infradicirsi sotto il musco
da sentirsi fatta di verde. Così è nata la metamorfosi in pietra, e quella delle ragazze in rami
e le incantevoli storie. Tutta la fratellanza chimica ci chiama, le cose con le cose, e non solo la vita
ma la morte, secondo il procedimento
delle contorsioni dei lombrichi, e dei maleodoranti
microrganismi; e la donna con l’uomo – e non soltanto
per le labbra aperte dell’estro
ma per le fresche membra degli alberi e noi,
che si avvolgono insieme – ci chiamano all’ombra
e si fanno palpare nei frutti, mangiare
come i felini le carni, in tutto un rimescolio
di male e di bene.

Anche in un minimo rivo ingombro d’erbe – e i pesci
tra le gambe, in un trasalimento, come l’amore
per tutte le femmine – credo ci bacino:
è troppo felice la carne, ha fremiti da superni,
e tutti i vibratili epiteli, e l’epidermide
che il sudore cosparge nei giochi – e urla e i gemiti
tra gli spasimi del nostro dolore
nelle profondità. Agl’inferi, che nel buio conservano germinazioni azzurre e verdi, a prismi,
a cubi, in amorose compenetrazioni rosa
nell’ordine dei cristalli. E senza più niente ormai,
già quasi ischeletriti allunghiamo le braccia, le mani, fuori dai lenzuoli, con lo sguardo sino a raggiungere
lontananze felici d’alberi, dietro le tende, e giovani volti,
allegri, attorno; e oltre le apparizioni e le riapparizioni
del sole, spersi atomi
senza più nome, ancora in primavera
chiamiamo e amiamo.

foto: Marsel van Oosten-The swamp, 2011

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