Leggi, Patrizia

– Quel ramo del lago di Como che volge a mezzogiorno – e qui il professor Randulli, precario storico, supplente annoiato, fece una pausa per scrutare il livello di attenzione della classe.

Constatando che la sua intonazione non provocava nemmeno i sorrisi dell’ultima fila, riprese con ancor meno voglia perché le perle ai porci, lui, che aveva una laurea e svariati diplomi, non se la sentiva più di distribuirle.

– Tra due catene non interrotte – e qui fu interrotto, il professor Randulli, dall’insegnante di cui non aveva afferrato il nome e dall’alunna con i problemi gravi, entrate in aula senza bussare.

Che a vederle così non sembrava nemmeno tanto insegnante, lei, con la gonna da campagna e le trecce, nemmeno tanto problematica, l’altra, silenziosa e con lo sguardo basso, che averne di alunni così, come dire, educati. Bonariamente il professor Randulli, con gran senso del teatro, materia nella quale si era effettivamente laureato (poi si sa, meglio insegnare che sono soldi sicuri, o quasi), si alzò e squadrò l’una e l’altra destando, finalmente, un crepitante interesse nell’aula.

– Bene, bene abbiamo degli ospiti. Non importa se siete arrivate in ritardo, si era appena cominciato – e nel monologo di chi è abituato a parlare più al proprio golfino nero d’attore che a un pubblico, distese platealmente il braccio a indicarle. La giovane insegnante lo fissava sarcastica, l’alunna rimaneva silenziosa e assente. Lei dovrebbe essere – e qui il professor Randulli scorse i nomi sul registro fino a quello che aveva marcato con il lapis in bella grafia barocca con le parole “problema grave” – Patrizia, ecco, Patrizia. Un nome bello e di nobili origini – e qui il professor Randulli sorrise tra sé della celia che nessuno colse. – Stavamo leggendo il Manzoni che lei credo conosca, Patrizia. Naturalmente, non di persona. – Nell’avvicinarsi al banco dove si era seduta in compagnia dell’insegnante prese la copia dei Promessi, la girò non senza una certa grazia e la dispose tra il capo chino e il linoleum. La giovane insegnante, sempre più perplessa, lo osservava.

Fu tentata di interromperlo, di avvisarlo che forse non era il caso, ma quando lui la guardò con supponenza e un sopracciglio alzato che ammoniva: so ben io quello che faccio, lasciò perdere e si concentrò sui suoi problemi.

– Muta non lo sarà di certo – e qui il professor Randulli ebbe un piccolo ripensamento ponderando se muta fosse un insulto passibile di denuncia, perché non si sa mai cosa possano fare a volte i genitori – Provi a leggere lei, da qui – segnò con l’indice – da questo punto nel quale ci ha interrotto.

[product_attribute attribute=’autore’ filter=’Rai-Luca’]

Stupito da come la testa di Patrizia oscillasse da una parte all’altra come a divorare con gli occhi le parole, senza però che un suono, nemmeno uno schiarimento della voce, ne accompagnasse il movimento, il professor Randulli puntò il mento verso la un po’ meno che collega. Questa fece spallucce in modo anch’esso teatrale che divertì, questa volta veramente, la classe.

Richiamato il silenzio con un gesto, il professor Randulli incalzò – Non sia timida, legga su. Da questo punto. Non importa se leggerà male. Siamo abituati a violentare il Manzoni.

Ma l’ironia iniziava a stemperarsi in un leggero fastidio che lo faceva sudare nel suo rigoroso dolcevita nero. Perché l’autorità non la si mette in discussione oppure addio disciplina, pensava. – Legga, su legga! da qui, da qui… – e picchiettava con l’indice sulla riga come a voler premere un interruttore capace di sbloccare l’alunna recalcitrante.

– Ci faccia sentire la sua voce, la bellezza del ritmo della prosa – e più insisteva, più Patrizia sembrava assorbire con lo sguardo la pagina, ma senza un solo rumore, senza un balbettio, un respiro o qualcosa di intelligibile. Poi inaspettatamente, nello stupore totale, l’ennesimo imperativo di Randulli venne troncato da un sibilo sommesso, come un frusciare di vento sull’acqua, di brezza che si spacca a quote elevate sul crinale delle montagne.

E ancora una melassa sonora di sciacquii, di gorgoglii liquidi di terra accarezzata dalle onde e torrenti scroscianti e il tonfo sul legno madido di un ponte. Non ci volle molto a destarsi da quello spaesamento e capire che i suoni scaturivano dalla bocca di Patrizia, dalla sua gola, dall’aria che soffiava dalle narici. Non una parola, ma fischi e schiocchi descrivevano un paesaggio lacustre. Così densamente che nella mente di tutti, i suoni si facevano immagini, tanto da poter chiudere gli occhi ed essere sospesi nella foschia azzurrognola sopra Como, l’Adda, da poter intravedere lontano, ma inequivocabilmente, la Milano di mattoni e cantieri, le selve, il suono della natura frammisto a quello degli uomini. Patrizia distillava rumori dove Manzoni aveva solo suggerito con la sintassi. Solo quando la magia finì e l’aula risuonò di commenti, il professor Randulli si destò dal sogno e Patrizia sprofondò nel silenzio.

E solo la campanella di fine lezione diede a tutti la consapevolezza di essere circoscritti da quattro mura intonacate. Quanto al professore che tornò a casa immerso nell’ombra dei suoi pensieri, si diede malato il giorno seguente e quello ancora e quello successivo fino al termine della supplenza. E fu una convalescenza complessa come di coloro che prendono consapevolezza di aver sempre vissuto dietro un sipario che non era mai stato sollevato.