La cornucopia inesauribile, che Silvio Bordoni tiene nascosta da qualche parte nella sua cantina-archivio, ha liberato dalle nebbie della smemoratezza il dattiloscritto di un romanzo scritto nel lontano ‘73 e poi colpevolmente dimenticato dall’autore, per natura sempre incline, alla fine di ogni lavoro, a scordarsene subito per correre ad occuparsi di qualcos’altro.

Il lungo racconto, che reinterpreta una vicenda reale svoltasi in quegli anni di lotta operaia, faticosa e già reclinante rispetto agli entusiasmi di qualche anno prima, narra dell’occupazione di una fabbrica tessile (calze da donna) collocata in un paese d’inizio pianura nel bergamasco, nella quale, dopo le ferie estive, le maestranze si erano trovate di fronte a un’inattesa serrata, con tanto di licenziamento collettivo da parte di un padronato irresponsabile e resosi d’un botto irreperibile.

Lo sconcerto dei più, con il disorientamento anche dei meglio politicizzati, crea uno scenario di profonda inquietudine nel paese vicino, nelle case del quale risiede la gran parte degli operai, che per altro procedono subito ad operare un’occupazione-presidio della fabbrica e dei suoi impianti, onde evitarne il temuto smantellamento, in una sorta di rinnovata Resistenza corale e domestica, solidale e modesta, ma disarmata e piano piano tarlata dal disincanto e dalla dimissione.

Lo Statuto dei lavoratori era stato approvato ed era divenuta legge costituzionale solo tre anni prima. Ma la fiacchezza di sindacati snervati e in via di burocratizzazione, l’insensibilità di una magistratura distratta dalle sue responsabilità civili e l’opportunismo elettorale dei più vari esponenti politici creano una stato di diffusa incertezza, che si riverbera sulle vite di tutti i paesani. Tale quadro è ulteriormente aggravato dall’impreparazione delle istituzioni governative, anche a livello regionale e nazionale, ad affrontare quella crisi produttiva globale che il rincaro del petrolio, con conseguenti carenza energetica e ascesa dei prezzi, ha provocato e va estendendo.

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È una situazione come di generale orfanezza che pervade anche le coscienze più strutturate, per consapevolezza ed esperienza, e che impaccia i caratteri più generosi e disponibili. Non solo le operaie e gli operai, ma l’intero paese naviga a vista in una carenza di idee e di proposte nella quale si rispecchiano tanti progetti personali non più perseguibili, tante promesse ormai non mantenibili, tante derive più o meno segnate dall’imminenza di un naufragio senza ripari attendibili.

L’autore veste i panni di un narratore interno a una comunità delle cui singole vicende esistenziali si fa via via carico e che indaga con dolcezza e discrezione; cronista e biografo di una coralità che attraversa timori e speranze, concordie e contrasti, determinazioni e cedimenti come fosse tutta quanta l’equipaggio di una nave arenata e senza comando, della quale la fabbrica ferma e silenziosa diventa l’insegna vivente e la metafora drammatica.

Lo Stato non c’è, come troppo spesso avviene ancora in questo sfortunato paese, e non si sa dove trovarlo, quasi un ectoplasma inattingibile e lontano, che lascia i suoi cittadini orfani della loro stessa cittadinanza e dei diritti alla giustizia, alla solidarietà e al lavoro su cui l’ormai lontana lotta partigiana e la pur vigente costituzione repubblicana avevano saputo fondarla in quella che sembrava ora un’altra epoca.

Si tratta di una narrazione storico-sociale, ma anche di un sottile e attento racconto psicologico, nonché di un romanzo di formazione e di una vera e propria elegia civile, i cui vari registri linguistici si intrecciano e si accavallano senza aporie, in un magistero di scrittura che non conosce disarmonie o salti di impianto, né tantomeno cadute di tono e di tensione. Bordoni conosce bene il suo mestiere e insieme ai caratteri e alle identità particolari dei personaggi, tratteggia i contorni di uno scenario assolutamente reale e familiare, del quale la piana bergamasca costituisce il proscenio, mentre i colli della città e le cime delle Orobie danno profondità e orizzonte alle quinte e allo sfondo.

Ma il narratore sta soprattutto dentro e intorno alle vicende che accadono, facendocele vivere quasi in presa diretta nel loro dipanarsi simultaneo o differito, senza scarti, pause o interruzioni che possano arenare il racconto nei meandri, un po’ lutulenti, delle riflessioni a margine sui fatti narrati. Il giudizio dell’autore sta invece nel racconto, nei modi del suo evolversi, nei dialoghi dei personaggi, nei loro pensieri. È anch’esso di natura corale, alimentato dal vissuto di un’intera comunità e al quale ogni singola esperienza porta il proprio apporto, la propria particolare articolazione.

Il libro si intitola Quell’estate dei giovani, e giovani, o ancora giovani, sono infatti molti personaggi, soprattutto gli studenti e gli operai che s’incontrano di continuo nelle sue pagine; ma l’estate, quella è colta nel suo finire, non nella sua esuberanza; ed è, invece, l’autunno col suo raccoglimento e la sua malinconia, con il suo andarsene dei colori e dei vigori, che entra sempre più nel racconto e ne costituisce la cifra e, insieme, la piega mentale da cui leggerlo. Come nell’apprendistato di Maurizio, attento e curioso, che cresce nella coscienza civile e si apre all’amore, per poi doversi ripiegare nelle maglie sempre più soffocanti di un male cattivo. Come nell’illusione di Rosanna, coraggiosa ragazza madre, che spera per un attimo nel ritorno del padre della sua bambina. Come nella pacata e precoce saggezza di Andrea, leader naturale della lotta, che deve gestire l’epilogo della disillusione di tutti. Come nell’impegno responsabile del giovane sindaco, che è costretto a stemperare la sua passione civile fra i vincoli della politica politicante del suo partito. Come nella sorte sconsolata di Maria, che pare risucchiata nello sciacallaggio di chi vuole speculare sulla sua bellezza e sulla sua disoccupazione. Come, infine, nel destino di Nannina e Dario, allacciati prima nel volo di un valzer rubato in un bar, al suono d’un juke box, e subito dopo spariti nel fragore metallico di un incidente stradale.

Non è tuttavia pessimista il Bordoni, che crede all’energia e al coraggio di un popolo capace di reagire e di lottare, quando i legami fra le persone si devono fare più forti e più saldi di fronte alla difficoltà.

Lo prova il continuo riferimento ai valori e alla storia della Resistenza (di cui lo scrittore mostra per giunta di conoscere perfettamente il quadro organizzativo locale), quasi a richiamare i fondamenti di una vita davvero civile e democratica. Per esempio nei dialoghi fra l’adolescente Maurizio, impegnato a costruire una struttura valoriale convincente per la vita alla quale si sta affacciando, e il padre, partigiano e combattente da giovane, ma ora assorbito dalla propria attività commerciale, come se la libertà conquistata un tempo fosse mera conquista della possibilità di raggiungere benessere e ricchezza per sé e per i suoi cari. Sarà l’amore per il figlio a restituire il padre ai suoi ideali e ai principi fondativi d’un tempo.

Lo dimostra ancora il recupero continuo dei valori antichi e solidi della vita di campagna, come nel racconto della visita ai nonni di Maurizio, dove i lavori rituali di cascina, l’ascolto della voce della natura e la conoscenza rispettosa dell’ambiente (e qui l’autore arricchisce le sue pagine di una pro fonda competenza, declinando da esperto i nomi di tantissime varietà di funghi, di fiori, di piante e di alberi), costituiscono il fondamento di uno stile d’esistenza sereno e tenace, legato a ritmi naturali e al rispetto dell’altro. Un modo cioè di concepire una vita nella società, dove la luminaria appariscente di nessun progresso possa irretire l’aspirazione alla giustizia e alla solidarietà fra gli uomini e alla dignità del lavoro.  Lo prova, infine, la responsabilità e la dedizione con cui il medico condotto del paese svolge la propria professione in tutto il suo valore umanitario e civile, costituendo per il figlio Stefano, orfano di madre dalla prima infanzia e ora studente impegnato e attento a ciò che si muove nella società, la sicurezza di un esempio e d’uno stimolo affidabili, pur nelle differenze di sensibilità e di visione.

Insomma, è ancora quella strana passione per il popolo, il titolo della sua più probante raccolta di versi, che muove la scrittura e la coscienza di Silvio Bordoni, autore sempre capace di farsi interprete e narratore della vicenda collettiva e persona sempre pronta, verso la sorte degli uomini, alla pietà e all’incantamento.

Gabrio Vitali

Bergamo, gennaio 2016

 

fdbbb254ba1b3897b2c5fe659323af60_smallSilvio Bordoni è nato a Zanica (Bg) nel 1937 e risiede a Verdello (Bg). Collabora con quotidiani e riviste letterarie promotrici di sue recensioni e interviste a personaggi come Arpino, Caproni, Borges, Alberti, Evtusenko, Creeley, Saramago, Saviano, Merini, Spaziani, Olmi, Rigoni Stern, Erba, Tutuola, Gardimer, Vassalli, Turoldo e altri. Si sono interessati della sua opera poetica. G. Caproni, G. Carrara, E. Comuzio, A. Merini, E. Mazzoleni, U. Rofani, P. Ruffilli, G. Strehler, C. Toscani, G. Vitali, U. Zanetti, I. Cremaschi, G. D’Elia, M.T. Finazzi, E. Andrinoli, C. Segre, G. Arpino, G. Brotti, F. Castellani, G. Bernabò, M. Bellodi. Ha pubblicato in poesia: “Tempo d‟amore” (Premio L’Autore – Firenze e Premio Bergamo, 1972) “Poesie” (Premio Poeti di ieri, poeti di oggi, Roma 1975 – con inserimento in anto-logia dedicata ad Alceo, Apollinaire, Petofi e Verlaine) “La pelle della terra” (Premio Circolo della Stampa, Milano 1975) “Una strana passione per il popolo” (Corrisp. Montale 1981) riedizione LietoColle 2006 – 2013 sesta edizione. “Poesie per l’alba” – letture a cura del Piccolo Teatro di Milano (Premio Ma-razza e selezione Premio Viareggio 1985) Silloge “Luce a Ovest e a Est” (Ex aequo Premio Città di Legnano G. Tirinnanzi 1986). Racconti e poesie sono apparsi su quotidiani, periodici e riviste. Nella Stagione di Prosa “Altri percorsi” del Teatro Donizetti di Bergamo – 1988, alcune sue liriche sono state presentate dall’autrice Lisa Pancrazio nella rassegna Poeti Italiani del ‘900. Il testo teatrale “Finita è la guerra…”, scritto nel 1992, è stato rappresentato in Bergamo e provincia dal Teatro R.A.S.E Europa premiato al primo Concorso Teatrale Città di Sarnico, 1993. E’ promotore, con altri, di un Concorso Letterario annuale all’interno del Carcere di Bergamo, nel cui contesto è stato pubblicato il volume “Pensieri ed Emozioni” – la voce del silenzio di un carcere (poesie e racconti) Ed. Centro Permanente E. Donadoni, Casa Circondariale di Bergamo, 2005.

 

Silvio Bordoni
QUELL’ESTATE DEI GIOVANI
la fabbrica

CAPITOLO I

L’occupazione

L’ultimo tocco era suonato da un pezzo in quella notte tiepida di agosto dell’anno 1973. Maurizio camminava molto lentamente, immerso in una sorta di nuovi pensieri che lo stavano coinvolgendo in una maniera del tutto imprevista.

La notizia dell’occupazione della fabbrica di calze da parte dei dipendenti gli era stata comunicata quel pomeriggio stesso da Stefano: un laureando di alcuni anni più anziano di lui, col quale aveva avuto sino a quel momento casuali rapporti di vicinato.

Stefano, ecco un tipo che lo stava meravigliando. Chissà per quale nascosta ragione aveva acconsentito ad accompagnarlo in fabbrica, situata a un chilometro circa dal paese, sul ciglio della strada provinciale che portava a Bergamo. Relegata dentro a un’area rettangolare, essa poteva contare all’esterno dei muri di cinta sulla presenza di prati e di campi di granoturco. La ragione vera di quell’avventura stava forse nel mezzo, tra una improvvisa curiosità e il timore di offendere Stefano, che lo aveva cortesemente invitato e della cui amicizia lui sentiva da tempo un certo desiderio, mutato ora – nel breve spazio di una sera – in una autentica necessità. Ma che si celasse qualcos’altro tra i possibili motivi – ora che la notte calava teneramente e il silenzio favoriva tanti piccoli pensamenti del passato – gli sembrava cosa certa.

Il senso della verità, un gusto nuovo di conoscenza – nascosti e soffocati sino a quel momento tra le fessure giovanili del suo animo – risultavano più vivi che mai.

“Capisci l’assurdo e la vigliaccheria!” gli aveva spiegato Stefano durante il tragitto verso la fabbrica.

“Li hanno mandati tutti in ferie e al ritorno, quando le tasche erano vuote – capirai, coi prezzi che corrono ecco la bella sorpresa: lettera di licenziamento per tutti! Questo è il principio generale di oggi! Hai lavorato durante l’anno aveva proseguito con tono alterato ma al tempo stesso apparentemente commosso  l’hai fatto di seguito per tre, sei, dieci anni? Sta bene. Era tuo dovere. Che vuoi di più! Inoltre, in tutti questi anni, hai consumato, ti sei divertito, grazie sì al tuo apporto ma soprattutto grazie al mio buon cuore che ti ha permesso di lavorare e di consumare”.

A fronte di quello sfogo dell’amico, lui aveva osservato: “Ma un padrone può fare questo? Così sui due piedi e per tutti quanti?” E Stefano ancora, caricando la dose: “Eh, caro mio, certamente che può. Stai pur sicuro che la legge sono bravi a interpretarla e a seguirla là dove e quando fa comodo. Certo, occorre una giusta causa. La puoi sempre trovare. Ma poi, quale sarebbe la loro giusta causa? Nessuno sa niente. Non si sono fatti più vedere. Mi diceva un mio amico, figlio di un imprenditore, che talvolta certi padroni ne approfittano. Dopo aver messo al sicuro i soldi all’estero, cantano bancarotta. In questo nostro caso pronunciò quel nostro come se quella triste vicenda gli appartenesse  non si tratta dopotutto di una grande azienda. È nata e cresciuta insieme a loro. Almeno avvisali. Discuti con loro le tue ragioni. Mostra di essere loro vicino. Cerca con loro delle soluzioni. No! Tanto la legge è dalla tua!”

Maurizio ora risentiva tutte quelle parole e rivedeva la foga appassionata di Stefano nel gesticolare, come se dovesse trattarsi di un problema personale. Non lo riguardava, eppure Stefano smaniava. Ecco il punto! Ecco il virus nuovo che già lo stava contagiando, anche se un piccolo dubbio lo portava a pensare che poteva anche essere vero che un’azienda potesse trovarsi in difficoltà. Non era certo la sola, secondo quanto si sentiva dire. E qualche valida ragione ci poteva pur essere. Ma il modo, l’atteggiamento usato … quello no! Su quel punto Stefano aveva tutte le ragioni.

Maurizio si fermò.

Le prime case dormivano a pochi passi da lui, non c’era una finestra illuminata e il lampione più vicino rischiarava un lembo di strada e la facciata rustica della prima abitazione. Non sentiva alcuna voglia di rientrare. Gli venne in mente sua madre, ma a quell’ora Stefano – che aveva lasciato la fabbrica molto tempo prima doveva comunque averla già avvertita. L’idea di affrontare la madre e la sua faccia congestionata, giustificando il consistente ritardo con l’unica vera ragione che era nata improvvisamente in lui quella sera, non lo convinceva completamente. Non lo avrebbe capito. Per di più provava una sensazione così strana, così nuova, da non sentirla lui stesso ancor sua; il farne parola con qualcuno e addirittura spiegarla, gli rendeva l’animo poco propenso, considerando soprattutto quell’aria dimessa, un po’ stanca ma insistente, che sua madre solitamente usava per ottenere da lui ogni confidenza.

Accese una sigaretta – lo faceva raramente e notò che c’era posto per sedersi. Il fosso lasciava uscire un odore nauseabondo. Un sentore di chimico e di marcio che lo rendeva persino inquieto. Un senso di morte vegetale, come se la campagna stesse morendo. Altre volte aveva subìto quell’impressione quasi tormentosa. Anche l’idea della morte l’aveva preso in passato, quasi che intorno a sé e intorno a ogni uomo si celasse l’ombra di una tragedia latente.

Non per nulla sua madre aveva a volte ripetuto, nelle rare circostanze nelle quali ci si riuniva tra parenti per battesimi, matrimoni, funerali, che lui, il suo Maurizio, aveva avuto paura da piccolo per molto tempo, del buio e di restare solo.

Ciò che ad un certo punto lo fece decidere a prendere la via di casa fu proprio quella sensazione sgradevole che saliva, alla sua destra, decisamente prepotente. Un’ossessione dunque, in netto contrasto con la quiete della sera e con il suo desiderio di ritardare ulteriormente l’incontro con la madre, che sentiva essere sveglia ad attenderlo.

Suo padre senza dubbio non avrebbe abbandonato il letto, ma lasciato, con cura, che ogni cosa trovasse la sua risoluzione attraverso vie tradizionali, comunemente estranee alla sua attività di negoziante.

Forzò leggermente la porta, ma non gli fu possibile entrare. Un attimo soltanto e sua madre girò lo scatto della serratura. Una triste angoscia le disegnava il volto.

“Maurizio, a quest’ora?”

Gli chiuse l’uscio alle spalle e fece per riprendere a parlare. Egli si diresse in cucina. Notò una sedia scostata e un giornale aperto sul tavolo, la solita pagina dei necrologi figurava in primo piano. Prese un bicchiere e lo accostò al rubinetto. Sentiva sete. Una sete enorme di acqua fresca.

“Non mi hai ancora risposto” insisté la madre, con tono ora quasi supplichevole.

“Ho avuto da fare, mamma, Stefano ti deve aver già riferito” bevve avidamente, tenendo gli occhi lontani dallo sguardo di lei.

“Sì, è vero, mi ha detto qualcosa di corsa, ma …”

“Ma non pensavi che io arrivassi così tardi”

“Appunto! Non era mai successo. E poi per che ragione? Sai, tuo padre …”

“Papà dorme!”

“E per forza dorme! Con la giornataccia di oggi e senza il tuo aiuto! Volevi forse che stessimo tutti e due ad aspettarti?”

Maurizio avvertì il disagio che le procurava. In fondo sua madre gli voleva bene. Un amore un po’ appiccicoso, fatto di controlli velati ma assidui. Ora lo capiva chiaramente, così come non gli sfuggiva in quel momento l’impulso di guardarla negli occhi.

Si voltò e disse, prima ancora che quella pausa apparente venisse colmata da sua madre: “Scusa se ho fatto tardi. In fabbrica, dove non ero mai stato, ho visto certe cose per cui …”

“Cos’hai visto? Lo sapevo io …”

“Ma non ti preoccupare, non mi lasci neanche finire di parlare. Vuol dire che ti spiegherò domani. Ora vai a letto. È tardi.”

“Perché tu non vieni? Hai due occhi gonfi così. Lo so io, che tu non sei abituato a restar fuori sino a tardi”

Lo so io, lo so io! Tutti sanno sempre tutto, pensava tra sé Maurizio, e poi ignorano le cose essenziali. Ora si sentiva stranamente stanco e per di più assalito da un desiderio crescente di stare solo, per cui tagliò corto.

“Va bene, va bene – disse – buonanotte” e si eclissò nel corridoio puntando diritto verso la sua camera.

La stanza di Maurizio possedeva un disordine contenuto, ma evidente per chi vi entrava per la prima volta e sua madre, almeno in questo, s’era dovuta arrendere: per suo figlio era regno intoccabile. Ma per lui quello stato confusionale, di cui ogni cosa lì dentro era pervasa, costituiva condizione e motivo di quiete, di rilassamento e al tempo stesso di spontanea meditazione.

Lasciò che il letto lo accogliesse, come altre volte d’estate, completamente vestito. Scorse con sguardo rapido ma attento la fisonomia della stanza come se quest’ultima avesse un’anima, controllando velocemente la posizione degli oggetti e dei libri, quasi a rassicurarsi che ogni cosa mostrasse il suo solito volto. Non gli riusciva di dormire.

Il fattaccio dei licenziamenti e delle ditte che chiudevano a ripetizione non rappresentava cosa nuova per lui, per le sue orecchie perlomeno, ma non gli era mai capitato di trovarselo di fronte, espresso, per così dire, oltre che in termini reali, in emozioni vive e in sguardi dilatati.

A cosa gli serviva il titolo di ragioniere, voluto così tenacemente da suo padre affinché servisse a corona di un suo disegno, che altro non era se non un più qualificato inserimento nella modesta organizzazione aziendale. Modesta, ma in continua espansione, già due piccoli supermarket, dove si vendeva di tutto: dall’aglio tostato, ultima specialità orientale, allo spazzolino da denti variamente colorato; dalle uova “fresche” incastonate in quadretti di cartone alle bottiglie di vino pastorizzato e di marca. Dove si vendeva di tutto e non si concedeva credito tranne che in circostanze eccezionali. E in tal caso funzionava uno speciale quaderno nero.

Era giunto al diploma quasi per inerzia. La stessa inerzia che notava spesso in alcune povere donne quando per motivi evidenti gli chiedevano, giù in negozio, sempre le medesime cose. Anzi, prima ancora che parlassero, lui già sapeva dove mettere le mani, benché usasse in ogni caso ascoltarle. Solo a Natale e a Pasqua i loro sguardi erano più vivi, quasi felici ancor prima di aprir bocca. Ed era allora che lui si divertiva in cuor suo e con una punta di commozione ad immaginare le richieste straordinarie che erano lì, pendenti da quelle labbra smaniose d’aprirsi, persino inquiete, anche se dignitosamente ordinate.

Egli non aveva voluto a suo tempo contrariare il padre, quando questi gli aveva proposto di scegliere ragioneria. Una proposta pratica.

Suo padre era stato un ottimo partigiano, e ciò che in lui la Resistenza aveva maggiormente impresso lo si poteva riassumere in uno straordinario senso di sicurezza. Per un gioco ridicolo o per una legge di natura giustamente variabile, Maurizio invece, si era sentito e si sentiva particolarmente incerto, a volte persino sprovveduto.

In ogni caso, steso sopra le coperte, con il corpo quasi snodato, le braccia arrotolate sotto il cuscino e gli occhi aperti nel buio, in attesa del sonno, stava pensando come mai gli era capitato prima, al suo grossolano errore. Il dubbio non esisteva più.

“Sai che ne farò di questo diploma? Insegnare è la mia missione! O curare gli uomini.” E faceva volare il libro di economia e quasi sempre centrava il cestino della carta. Non era spavalderia, lui lo sapeva bene, bensì una semplice reazione alla timidezza. Eugenio, suo compagno di banco, non gli concedeva in tali circostanze il tempo di gustare quell’attimo di appassionato delirio.

“Ma di che ti lamenti tu? Che quando esci di qui hai già il pane pronto e tuo padre che ti aspetta!” soleva intervenire in tono polemico e scherzoso, senza peraltro dimenticarsi in genere di aggiungere parolacce.

La cattedra gli veniva offerta all’unanimità.

“Siediti, approfitta! Fai sentire come te la cavi. Cosa ci insegni oggi?”

Le indicazioni venivano da tutte le parti.

“Vogliamo una lezione sulla Resistenza, visto che tuo padre era partigiano.”

“Ma quale Resistenza? –aggiungeva qualcuno- quella vera o quella dei giornali?”

“Quella della borghesia!” urlava Marco dal fondo dell’aula.

“Quella del proletariato!” scandiva un altro.

E più in là: “Macché borghesia! Macché proletariato! Quella del cacchio!”

Il discorso a volte si faceva pericoloso per cui immancabilmente Berto interveniva con il suo spirito immutabile: ”Ma fatela finita con quelle Resistenze barbare! Ci pensa già la mamma Tv a farmele venire su ogni 25 Aprile. Parlaci piuttosto di come si fa a vincere alla Sisal. O come usare le mani per palpare il sedere alla Fiocca d’oro, senza farci accorgere.”

E seguiva la risata di prammatica.

Fiocca d’oro era il nomignolo affibbiato alla professoressa di geografia economica. Chi glielo avesse appiccicato addosso nessuno lo sapeva.

“Macché Fiocca e Fiocca. Vogliamo qualcosa di più serio. Vogliamo … vogliamo un Cristo!” E quando Franco parlava, ci si aspettava di tutto. E, portandosi in mezzo all’assembramento che ormai cresceva da sé, Franco, con un occhio puntato sulla porta proseguiva:

“Qui nessuno insegna, nessuno dà lezioni. Qui si discute. Tu mettiti là, se vuoi.- e indicava a Maurizio la cattedra – ma ricordati che il potere non viene da là. L’argomento, per incominciare, lo do io: chi mi sa dire, ma in maniera nuova, chi è Dio, perché Don Lino non ce l’ha ancora spiegato a dovere.”

“Ma piantala con quelle baggianate lì”. E così tutto proseguiva tra il serio e il faceto sino a quando dalla porta veniva il segnale che il professore di turno, strumento di potere per Franco, stava arrivando.

Ma per quale ragione o per quale illusione, Maurizio, nel silenzio di quella notte, prolungava i suoi ricordi al punto che le figure del passato e i luoghi prendevano una dimensione corporea? Quasi poteva toccarle. Ma tutto questo perché? Ora che ormai il diploma di ragioneria era una realtà e il suo sogno infranto. Ora che suo padre era ancora al centro della sua vita e gli concedeva, bontà sua, il compito di trattare con i vari rappresentanti, lasciandogli inoltre l’incombenza di tenere aggiornati i conti dei due negozi. Tutto questo non gli toglieva tra l’altro il tempo di dare una mano a sua madre e allo stesso padre e, nei momenti di punta, ai garzoni, nel servizio della clientela.

Il tempo? Ma quale tempo? Non certo il suo. Ecco che tutti quei pensieri si ricollegavano inconsciamente all’unico spazio ch’egli aveva sentito suo: il pomeriggio e la sera passati in fabbrica.

Ed ora ch’era vicino al sonno gli sembrava di sognare ancor prima di assopirsi: un sogno confuso, con una piccola verità dentro come una voce profonda che sentiva provenire da un’età lontana sino a trovare via via un suo suono, sempre più intenso e amabile, nella realtà nuova, che per la prima volta gli era parso di cogliere. Poi un sonno pesante lo prese, così com’era, nel buio.

A Stefano, in ogni circostanza favorevole, piaceva parlare con qualcuno di realtà scottanti, che non derivassero dai caroselli televisivi o dalla gran massa di rotocalchi settimanali. Realtà quali la situazione politica italiana, certi scontri tra studenti e polizia, la vicenda delle Brigate Rosse, l’evolversi drammatico del Cile di Salvador Allende e altro ancora.

Tutto era quieto in quella mattina di agosto. L’estate, non ancora giunta a metà strada, non rinunciava alla sua calura.

Quel mattino, comunque, sembrava volesse mascherare l’afa appiccicosa dei giorni precedenti. Il sole, benché occupasse buona parte del cielo, lasciava a Stefano una sottile voglia di muoversi, di fare qualcosa, perché no! … di studiare. Ma più che riaprire un colloquio con il libro di Merton, gli veniva voglia di gridare, di farsi sentire. Come poteva intorno a lui essere tutto quieto? Era estate, eppure anche le stagioni – disse a se stesso – hanno il loro vento e, se capita, tengono spalancate le braccia a tutte le possibili rivoluzioni del cielo e della terra.

La sera prima Dario gli aveva accennato ai licenziamenti in blocco presso la fabbrica di calze. Quasi duecento persone circa abbandonate sull’asfalto con una lettera di licenziamento in mano senza il tempo di rendersene conto. Dalla finestra della sua camera spesso gli piaceva scorgere in lontananza coloro che si recavano al lavoro. Una scia rumorosa, misteriosa, che ogni volta abbelliva il suo spirito. Credeva nella classe lavoratrice operaia, contadina o altro che fosse, nella cornice penetrante di quell’esodo quotidiano. Non vedeva l’ora di laurearsi per lasciarsi felicemente inghiottire da quella marea viva, ben allineata su file immutabili come certi cortei di formiche. Ogni uomo solo, un solo destino. Tutti insieme, un unico grande fiume con piene esorbitanti a lambire il profondo dell’esistenza.

Il capitolo sulla sociologia della conoscenza lo attendeva e lo attirava come l’ansia irresistibile di calarsi a sera nel rosso del crepuscolo per toccare chissà quali fuochi dolcissimi.

Aveva scelto la facoltà di scienze politiche proprio perché non si sentisse solo nel contesto del mondo. La sua mano non era diversa da tutte le altre mani del paese. E per questa uguaglianza si diceva pronto a lottare con ogni sforzo. Fu così che, pur apprezzando Merton, certa teoria non riuscì a colmare in lui vuoti particolari e giunse all’ora di mezzogiorno con gli occhi costantemente rivolti verso la finestra aperta. Irrompeva una luce chiara, attenuata appena da venature grigiastre come se l’aria volesse scrollarsi di dosso la sua parte di sudore estivo. E benché i suoni che si aggiungevano fossero vaghi, ad eccezione di un distinto, continuo colloquiare di passeri, era certo come non mai che il vero rumore della vita fosse fuori.

Mangiò in fretta ciò che gli era stato preparato: un rito che a volte lo disturbava. I suoi pensieri non combattevano più. C’era soltanto l’imbarazzo della scelta dell’ora. Uscire subito e incamminarsi verso la fabbrica dove ormai un impulso imperioso l’attirava, o attendere le prime ore del pomeriggio, guardandosi attorno nel frattempo con la speranza di vedere qualcuno? Ma chi mai poteva accompagnarlo? All’improvviso si ricordò di Maurizio. Abitava nella stessa via, lo aveva incontrato diverse volte qua e là e l’istinto gli suggeriva che quel ragazzo, così diverso dagli altri, avrebbe potuto costituire un punto d’appoggio.

Lo scorse più tardi uscire sulla strada e velocemente lo raggiunse. Non gli fu difficile convincerlo. E ciò lo rese sul momento orgoglioso. Lungo il tratto che portava alla fabbrica Stefano ebbe modo di mettere in chiaro la situazione, naturalmente per quel poco di cui era a conoscenza. Non usarono la via principale, bensì percorsero una vecchia strada di campagna che conservava orgogliosamente il suo antico spirito agreste. Su di un lato lottava, tuttavia, con la vita non si sa per quale segno e destino e fino a che punto  un fosso quasi secco, e pochi alberi delimitavano i bordi curati solo dal tempo.

Stefano parlava animatamente e Maurizio ascoltava, passando lo sguardo sia a destra che a sinistra, non dimenticandosi peraltro di sollevare di tanto in tanto gli occhi nell’intento di scorgere dinanzi a sé la sagoma del fabbricato.

Una volta giunti a destinazione si trovarono di fronte a un gran movimento di persone all’interno del cancello intente a trasmettersi parola in modo quasi silenzioso.

L’idea che il tutto somigliasse ad un alveare misterioso attraversò la fantasia di Maurizio. La fabbrica appariva visibilissima dall’esterno. Una bassa inferriata la richiudeva nella parte prospiciente la strada e due piccole aiuole verdi riflettevano l’unica presenza di una natura ormai proposta in rigide razioni. Per il resto la recinzione veniva completata da un muro chiaramente impotente alla legge del sole. Solitario, l’insieme dell’edificio, piuttosto basso e rifinito esternamente con gaie mattonelle rosse, era disposto a ferro di cavallo e presentava un piccolo ufficio sul davanti. Non c’era imponenza e la strada provinciale portava il rumore incessante del traffico. Attorno la campagna respirava appena e attendeva nella sua calura. Ciò che di quella fabbrica così pittoresca per certi aspetti, ma così scoperta per altri, colpì Maurizio, fu il senso di fragilità che offriva. Le stesse rondini che, visibilissime, si posavano per attimi brevissimi sui fili della linea elettrica interna per poi levarsi volteggiando nel cielo, procuravano una prima sensazione di provvisorietà.

“Vieni, entriamo insieme” suggerì Stefano.

Risultava aperto soltanto il cancelletto di destra accanto a quello principale. Alcune operaie erano ferme all’ingresso e benché non nascondessero una certa grazia femminile, mostravano sul volto i segni ancora freschi di quella loro disavventura. Maurizio venne riconosciuto quasi subito per via dei supermarket. Stefano, nonostante fosse il figlio del medico condotto del paese, venne individuato da una sola del gruppo, Giovanna. La chiamavano Nannina e aveva avuto occasione di vedere Stefano a certi cineforum che venivano organizzati nei paesi vicini. “Buongiorno –disse ai due- entrate pure. L’ingresso è libero. A meno che non nascondiate qualche bomba nelle tasche, in questi tempi non si sa mai!” disse ridendo.

Stefano la squadrò da capo a piedi con molto tatto, ma la cosa non passò ugualmente inosservata. “C’è qualcosa che non va? Purtroppo non abbiamo niente addosso da offrirvi. Chi entra qui dentro non ci deve né far piangere più di quanto non dovremo già fare, né farci solletico”, Nannina si era presentata bene, non c’era che dire.

“Ma io, lei, l’ho già vista. Non era presente tre sere fa al cineforum di …”

“Precisamente. Anch’io l’ho riconosciuta. Ha visto come abbiamo fatto in fretta ad adattarci a quel film. Pareva quasi lo sentissi nel sangue”

“Beh, speriamo che tutto si risolva” intervenne Maurizio.

“Speriamo, porca miseria, ma c’è un’aria che tira male” e così dicendo scosse il capo alcune volte ed aprì le braccia.

Nel frattempo altre compagne si erano fatte attorno e i due avvertirono la presenza di quella quieta aggressione e si scambiarono uno sguardo d’intesa.

“Ora sappiamo almeno che il dottore gratis e un piatto di patate non ci mancheranno”

Chi aveva parlato, con evidente riferimento ai due visitatori, era un’operaia dal viso sottile assai grazioso, con due grandi occhi verdi in mezzo, come due fari di luce nel verde folto di un viale. Si fregava le mani soddisfatta, ma ad un osservatore attento non sarebbe sfuggita la comparsa di una sottile ombra sulle gote, come di un lievissimo rossore da adolescente.

Vennero condotti, attraverso le due piccole aiuole, verso il centro dell’edificio dove un’intera veranda nascondeva una stanzetta che fungeva da piccolo ufficio. Alcuni operai e un paio di ragazze erano intenti alla stesura di manifesti. Sempre all’interno si scorgevano fogli di giornale un po’ ovunque con intere righe sottolineate e affiancate da segni trasversali di un rosso evidente. Un apparecchio telefonico giaceva apparentemente trascurato sull’angolo di un tavolino. Anche solo a prima vista si poteva stabilire che quel telefono rappresentava l’unico filo di speranza col mondo esterno; per quanto al di fuori il mondo era vasto, i padroni muti e il paese immerso nel dormiveglia pomeridiano.

Un operaio, robusto e dai tratti sicuri, li invitò a sedersi su di un sopralzo di pietra. Non c’erano che un paio di sedie fuori e gruppi sparsi in piedi, oppure sdraiati sulla poca erba che ancora era verde e stuzzicava pensieri di frescura.

“Siamo animali importanti, quasi chiusi in gabbia, sedete pure qui. Non c’è di meglio. Qui non ci si fa caso” disse, abbozzando un sorriso. Poi, guardandosi in giro, verso il più vicino gruppo di operaie, soggiunse: “Chi di voi è disposta a raccontare la nostra storia? Non c’è Maria?”

“Sono qui, chi mi vuole?” e Maurizio notò dietro di sé una figura bionda rizzarsi da terra con un filo d’erba tra le labbra. Più distante le note di una canzone popolare accompagnavano la scena. Stefano si era seduto lì accanto. Così attorniato non sapeva cosa dire, da che parte incominciare. Forse non aveva previsto un’aria così sottile di tragedia che permetteva di confondere quella pacifica occupazione reale protesta verso un destino improvvisamente avverso con qualcosa che si avvicinava all’atmosfera di una piccola festa paesana. Una sorpresa quella quiete generale! Egli stesso, che pure si trovava fuori dal dramma e che pure aveva affrontato esperienze similari, era venuto sino lì covando quasi una violenza clandestina, come si trattasse della sua stessa vita.

“Bene Tonio, falla parlare, falla parlare, altrimenti quella si addormenta e stasera ci tocca portarla a casa sulle spalle” gridò un operaio appoggiato al muro vicino all’uscio dell’ufficio.

“Ti piacerebbe portarmi a casa, eh! Ma qui non si dorme!”

Poi sollevatasi ed esaminati brevemente con aria seria e pensosa e un fare volutamente teatrale i due arrivati, levò gli occhi al cielo: “Qui nessuno dorme, nessuno mangia. Qui si pensa, anzi si finge di pensare.”

Dal gruppo delle ragazze venne un’esclamazione improvvisa. “Brava! Ma stai attenta a non farceli scappare, son tutto quello che abbiamo”

“È vero – disse sottovoce Tonio a Maurizio – non è venuto quasi nessuno in questi giorni”

Il cerchio si restrinse. Attorno ai due una decina e più di operai e operaie prese posto e l’atteggiamento di ciascuna di loro, nell’accompagnare le parole di Maria, era quello di chi non era ancora convinto di una realtà o cerca di sottrarsi passando da un’illusione all’altra, da uno scherzo all’altro. E Maria si prestava bene al gioco.

Nel commentare quelle recenti ore di sconfitta  privata peraltro dall’opportunità di lottare per difendere il loro diritto al lavoro  Maria, da donna colpita nel suo orgoglio, ma al tempo stesso fragile creatura di un meccanismo che aveva determinate leggi, passava dall’ironia sottile alla rassegnazione più distaccata, come se qualcosa si abbandonasse in lei; dalla protesta più aperta ad un femminile compiacimento del dolore e del greve destino del genere umano.

A un certo punto Tonio pensò bene di intervenire.

“Ma noi non ci muoveremo da qui, a costo di …”

“A costo di che cosa? – fece subito Maria – a costo di rompere vetri e spaccare le porte? E poi ci vai di mezzo ancora tu. O a costo di aspettare chi non si fa vivo e se ne sbatte di te perché tanto lui i soldi se li è fatti e se li è già messi al sicuro chissà dove? E intanto chi mantiene i tuoi figli, chi cura mia madre? La mutua?”

“Ma come sei giù di corda oggi! Non staremo sempre qui a piangere. Che figura ci fai fare! A meno che … – fece la ragazza dagli occhi verdi, guardando verso Maurizio, che sentendosi fuori dalla mischia avvertiva un disagio singolare – a meno che tu non voglia farlo intervenire”

“Ma porca miseria, per chi mi prendete! E poi – riprese Maria volgendosi anche a Stefano – io non credo tanto in quelli che studiano e che hanno studiato, in quelli che si chiamano … aspetta un po’… ah ecco, intellettuali. Scusate, non vi offendete, ma in questi casi ho sempre l’impressione di essere guardata dall’alto in basso o di essere spiata. Vorrei sbagliarmi. Voi state così bene, non avete problemi. Cosa ci fate qui?”

Tutti la stavano osservando. Maurizio e Stefano parevano esitanti di fronte a lei, che improvvisamente cambiò tono di voce.

“Non badate a me. Oggi devo essere un po’ scema. È perché non ci si crede più nel prossimo. In fondo mi sembrate simpatici. Ci fa piacere vedere qualcuno, anzi qui noi tutti non desideriamo altro. Perché non restate a cena stasera? Qui si fanno i turni, ma per chi resta ci sono fornelli e pentole, nostri si capisce, e qualcosa salta sempre fuori”

“Magari un topo” fece Tonio.

“Magari un topo! “ proseguì Maria.

“Ma se ben cotto è sempre meglio della minestra di ieri sera” Chi aveva osato tanto era un ragazzotto rossiccio di capelli che masticava meticolosamente della gomma e che fino a quel momento sembrava stesse dormendo sull’erba.

“E perché non lo fai tu?” intervenne Nannina che nel frattempo aveva abbandonato il cancello d’entrata e s’era avvicinata al gruppo.

Nannina era una ragazza alquanto slanciata, alta la sua parte, con un folta macchia di capelli neri che le copriva le spalle. I suoi l’avevano chiamata Nannina da piccola ed ora il suo nome di battesimo, Giovanna, veniva quasi sempre ignorato, benché esso avrebbe con maggior ispirazione fatto lega con la sua statura snella e con l’irrequieta magrezza del suo corpo. L’aspetto era fiero e lo sguardo arguto. Di tutto ciò Maurizio si era già accorto in precedenza, all’entrata del cancello, ed ora che aveva davanti la ragazza, vedeva confermata la sua impressione.

La porta del piccolo ufficio si aprì di scatto. L’uscio sbatté quasi sul naso dell’operaio che stava appoggiato allo stipite esterno. Uscirono in tre con alcuni manifesti penzolanti dalle mani e si avvicinarono al gruppo di Maria. Non fecero fatica a farsi largo. La sola curiosità da parte di ciascuno di leggere quanto Andrea fosse riuscito a cavar fuori dalla sua fertile fantasia, unanimemente riconosciuta, bastò a creare lo spazio necessario per stendere sull’erba quei fogli di carta. Parevano bandiere. I caratteri marcati alternativamente in rosso e in nero assorbirono l’attenzione generale. Rosanna si chinò sull’erba e dopo aver sfiorato con la mano qua e là la superficie quasi completamente ricurva e derubata della sua naturale lucentezza, riuscì a scorgere una piccola margherita. La strappò delicatamente. Ne conservò i minuscoli petali bianchi e, come aveva fatto in altre circostanze felici e tristi che lei ben conosceva, la portò vicino alle labbra. Poi con un’ombra tutta particolare negli occhi, che a nessuno riuscì di cogliere, gettò il fiore sopra il manifesto più grande. Ci fu un primo breve applauso. Il gesto non era stato previsto. I presenti si guardarono negli occhi e le mani presero a battere con forza.

“Bene Andrea!”

“Brava Rosanna!”

“Meriti un bacio. La tua margherita vale più di tutte le nostre parole” disse Andrea e si chinò su di lei che giaceva ancora accoccolata sull’erba. Ella abbassò il volto e il bacio le sfiorò la fronte.

Il pomeriggio si stava consumando in fretta. Verso sera si era costituito un Consiglio di fabbrica senza seguire molte formalità.

Ad Andrea venne affidato un ruolo preminente in omaggio al suo naturale dinamismo ed a una singolare comunicativa che, all’interno della stessa fabbrica, gli avevano permesso in pochi anni di assolvere ai più diversi incarichi sino a giungere, lui semplice operaio, a contatto con la Direzione.

Era sorprendente in lui la capacità di raziocinio che gli conferiva rispetto e persino autorità, ma non per questo ne approfittava. La pacatezza del suo sguardo, da non confondersi con sterile bonomia, e il tratto soprattutto discreto e pervaso da una cordialità aperta, quasi prevedibile, avevano conquistato Maurizio, sino a fargli balenare l’idea, che successivamente era divenuta attesa appassionata, di accogliere l’invito di Maria.

Stefano, da parte sua, s’era inserito dapprima con prudenza, poi via via con sempre maggior foga e passione in alcune discussioni.

“Scrivere occorre, far sapere! Denunciare il più possibile! Nulla deve essere ignorato”

“Scrivere a chi? – chiese Maria, che assieme a Nannina era stata inserita nel comitato di fabbrica – da chi incominciare?”

“E’ qui il punto – intervenne Andrea – bisogna fare in fretta, ma nel modo migliore”

“Lasciatevi un po’ guidare dai sindacalisti – disse uno – in fondo è questo il pane per i loro denti”

“Pane duro per tutti. Per i loro denti forse, ma soprattutto per la nostra dignità” proseguì Andrea.

“E per le nostre tasche!” aggiunse Nannina.

“Lei forse non si fida dei sindacati?” chiese Stefano.

“Dammi pure del tu, se ti va – disse Andrea, passando brevemente la mano sulla spalla di Stefano – io mi fido di tutti, ma poiché questa esperienza è nostra ed è nostra la lotta, vorrei che prima di invocare l’aiuto degli altri sapessimo tutti quanti cosa ci aspetta e quanto sia importante la nostra unione”

“Ben detto Andrea – fece Maria – ma riusciremo a resistere? Qui non si tratta più di fingere. Sono passati solo pochi giorni, eppure quando viene la sera incomincio a sentire una cosa qui. Come il nodo che mia madre dice di sentire ogni volta che mi vede tornare. Va bene, lei è malata, e sarà un po’ una sua mania, ma io sto bene e quell’andare a letto con le mani così … così quasi inutili non mi fa dormire. Ha ragione lui, bisogna fare qualcosa, porca miseria!”

“Non ti preoccupare. Si farà il possibile. Abbiamo davanti tutta la sera e se occorre la notte. Ci metteremo d’accordo”

Intanto Maurizio ascoltava qua e là. L’approssimarsi della sera, con la morte lenta del sole e la voglia tormentosa di muovere contro il destino, ch’egli leggeva negli occhi di chi gli stava attorno, gli procuravano un senso di angoscia e al tempo stesso di esaltazione. La vita trascorsa gli appariva come un lento morire, in lontananza. Percepiva in lui, simile a un rumore leggero, fitto come pioggia prorompente e calda e sottile, il sorgere di una coscienza nuova, dove il tempo e l’uomo hanno una matrice comune: il morire per rinascere. Voleva fare qualcosa. Essere di aiuto, rivoltare il mondo, ma contrariamente a Stefano, non si sentiva ancora capace.