(…) Bisogna aver conosciuto il dolore e l’annientamento per preservare l’intuizione vitale del caos di forze che si volle sottomettere a un io.
Bisogna avere sofferto e trasformato il dolore in eco della nostalgia. Perché quando comincia ad apparire all’orizzonte la maturità, con il suo “infame buon senso”, l’ottusa maturità che da giovani avevamo  eroici e ridicoli  disprezzato, essa finisce per far rimpiangere l’acutezza di certe angosce, la sensazione di essere in risonanza con malinconie astrali, e soprattutto l’esaltante  e al tempo stesso crudelmente disperata  indeterminazione dell’adolescenza, sorgente e zampillo di tutte le ispirazioni e di tutte le grandi tragedie, alimenti di quel mito di se stessi che la nostra epoca ci chiede di elaborare.
Siamo tutti chiamati a un grottesco quarto d’ora di celebrità, ma la vita leggendaria è per pochi.
Delle leggende di cui parlo si sa quasi nulla, in genere hanno dato troppo, forse in loro ci si perde. Sono labirinti con cui non si può familiarizzare, sono da sempre i grandi assenti di cui si può solo favoleggiare.
La loro esistenza è incerta come quella della poesia che è più un miraggio dello spirito che altra cosa, un vagabondaggio in cerca di un naufragio, davanti a qualche siepe dell’eterno ritorno.
Infine, bisogna essere sempre sconcertati dall’inganno delle parole. Questo sgomento davanti e dentro il linguaggio è il segno che un po’ lo si è compreso, si è compresa la sua profonda natura trascendentale di voragine (…).

foto: Ben Goossens-The chosen one

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