Presso l’editore Lieto Colle, di Michelangelo Camelliti, in quel di Como, è stata pubblicata in questi giorni ‘Poemetti e racconti in versi’, l’ultima raccolta dell’ottuagenario poeta veronese Arnaldo Ederle, una delle voci liriche più significative nel quadro della poesia italiana contemporanea. Nella prefazione al libro, a firma di Paolo Ruffilli, così si dice:” Continua la vivacissima vena creativa di uno dei nostri poeti maggiori, in qualche modo decano oggi della poesia italiana contemporanea:Arnaldo Ederle”. Per poi, proseguendo oltre:”Libro sicuramente centrale nella produzione di Ederle, a sottolineatura evidente della sua maturità espressiva, i ’Poemetti e racconti in versi’ si muovono con la padronanza stilistica e metrica che ben conosciamo e alternano in un insieme molto coerente affondi lirici, folgoranti illuminazioni di pensiero, ragguagli elegiaci, tratti epigrammatici, spunti epico-poematici”.
Personalmente, leggendo questi ultimi versi di Ederle, in qualche misura suggestionato dalla musicalità e scioltezza del dettato e dalla forza immaginativa che ti coinvolge, avevo l’impressione che il suo orologio biologico fosse andato a ritroso nel tempo, avendo acquistato la sua poesia quella libertà e leggerezza espressiva che la rendono giovane a dispetto del lunghissimo curriculum che la precede. Voglio solo ricordare alcune delle tappe fondamentali di questo percorso, tradotto in opere: ‘Vocativi e querele’ con prefaz. Di Giuseppe Piccoli (Milano, Il Trifoglio, 1981, premio Alassio 1981); ‘Il fiore d’Ofelia’ con introduzione di Giovanni Roboni (Milano, premio Gatti 1985); ‘Contre-Chant, con prefaz. Di Silvio Ramat (Mondatori. ‘Almanacco dello Specchio’ n.14, 1993); ‘Paradiso’ con prefaz. di Ferdinando Bandini (Udine, Comparotto, finalista premio Metauro 1995);’Cognizioni affettive’ prefaz. Di Maurizio Cucchi (Roma, premio Lionello Fiumi 2002); ‘Sostanze’ prefaz. Di Giulio Galetto (Verona, finalista Premio Camaiore 2005); ‘Stravagante è il tempo’ (Roma, Empiria 2009, finalista al Premio Viareggio-Repaci, 2009); ‘Poemetti per Negrura’ prefaz. Di Gianmario Lucini , Piateda, CFR ediz. 2012). Questo solo per citare alcune delle pubblicazioni di Arnaldo Ederle, senza contare il suo impegno come traduttore e come collaboratore di quotidiani e riviste.
La linea di ispirazione di Arnaldo Ederle trova radici nella tradizione, soprattutto formali, a partire dai poeti provenzali, da quell’Arnaut Daniel del XIII sec. del quale Ederle rielaborò in una sua raccolta (Le magnifiche donne di Glencourt) la sestina. Negli anni 60/70 egli si legò al palo della tradizione per non cadere nella trappola mortale delle sirene dello sperimentalismo; allargando invece il proprio spettro, al di là della poesia italiana fra ‘800 e ‘900 (con una particolare attenzione verso il poeta milanese Giovanni Raboni), approdò alla lezione di T.S. Eliot, al suo vasto respiro, e agli influssi della poesia ispano-americana, da Garcia Lorca a Miguel Hernandez, a Pablo Neruda. Il lungo percorso di Ederle è sempre stato caratterizzato dalla ricerca formale sulla ‘parole’, quella di un lessico scavato nell’essenzialità e nello stile, al modus operandi di un cesellatore. Per approdare, in quest’ultima raccolta, perfino all’idioletto, quando il codice della lingua sembra non suffragare più la volontà creativa. Servendosi di questo raffinato strumento espressivo, sull’onda di una personale musicalità, egli narra in questa ultima pubblicazione ‘Poemetti e racconti in versi’, storie dall’apparenza reale, con esiti liberatori, e introspezioni di una verità profonda e sofferta, con rimandi a volte anche di analisi sociale. Ad ogni Poemetto corrisponde una storia; così come, ovviamente, ai Racconti in versi, in una sorta di dilatazione della poesia nel dettato ritmico della prosa.
Fra i tanti soggetti (per scoprire i quali rinvio alla lettura del libro) accennerò, solo brevemente, alla figura di Negrura, perché ricorrente a intervalli, ed eredità di opere precedenti, alla quale il poeta sembra affidare il bagaglio di valori ideali di un orizzonte esistenziale che egli accarezza e sfiora col sentimento, il desiderio e l’immaginazione. Negrura, infatti, è una donna di colore che per le sue origini appartiene al mito, incarnazione dell’idea della Bellezza che in ‘Poemetti per Negrura’ già citato sopra, viene metaforicamente decapitata proprio da chi si oppone alla Bellezza, vale a dire dall’ottusità culturale del mondo, dalla prosaicità che ne condiziona le scelte: “…il suo sguardo cerca/ l’uomo e il fanciullo, lo sguardo/ li passa all’altezza del mare,/ mentre la sua spavalda fiocina/ è lanciata lontano oltre la spuma/ bianca dell’oceano a ferire/ il gabbiano di mare, regale nelle sue/ ali spalmate. O in alto, tra le cime/ dei monti, colpisce,/ mentre volteggia tra le guglie/ nelle rocce, la grande aquila”. Così veniva presentata la negra divinità; ed ecco, in ‘Poemetti’, come riappare al poeta:”La sua testa recisa ora/ posa in una teca di cristallo con/ gli occhi chiusi./ La sua beltà sconfessata/ la sua bontà dimenticata e persa,/ le tenui parole dette/ all’apparire della luna di maggio/ disseminata in campi secchi/ e senza linfa/ infossate in empie tombe”. Finché la sua scomparsa non si traduce in profonda nostalgia e dolore: “Ah! Negrura mia/ quanto mi manchi quanto vacui/ i miei quadri d’autore ora/ che tu e i tuoi occhi neri siete/ disapparsi e non/ mi colpite più con la vostra/ luce negra con la vostra luce/ d’ombra che scivola fuori dai / buchi degli occhi come due/ saette o frecce acuminate/ che penetrano e penetrano”. Alla fine, il poeta affida ancora a lei il proprio canto:” Negrura, dea del cielo e della terra/ accogli quel canto propagalo/ in tutte le nostre contrade rendilo/ portatore di giocondità, fallo/ per noi per me che ti ho riconosciuta come/ la sorella delle moltitudini la loro/ cara sorella che le segue nei cammini/ della vita dove si inciampa si cade si/ rimane senza forze senza volontà/ di risorgere, fallo per la tua grazia/ la tua bellezza che si sparge sui nostri/ campi sulle nostre opere sulla nostra pelle”.
Lo sguardo poetico di Arnaldo Ederle si allarga all’orizzonte di uno spazio aperto e declinato, multiculturale, erede di quello spirito di avventura e di scoperta che appartiene alla più viva tradizione anglo e latino-americana, con venature di fantasioso surrealismo esistenziale; differenziandosi in questo dal tracciato tradizionale della poesia lirica italiana. Infine, la scelta del ‘Poemetto’ e del ‘Racconto in versi’ come struttura formale è qualcosa che porta indietro nel tempo e che si pone decisamente controcorrente, almeno rispetto ai microassunti di tanta parte della poesia contemporanea. E’ così che le metafore alle quali Ederle affida il contenuto della propria ispirazione, navigando in questa larga corrente, raggiungono la foce del simbolo.

Franco Casati