Elia Malagò è nata a Felonica Po, in provincia di Mantova nel 1948. Ha vissuto a lungo a Bologna, dove si è laureata con Ezio Raimondi, e attualmente vive a Mantova, impegnata in attività didattiche legate alla poesia e alla scrittura creativa. Ha lavorato per la casa editrice di poesia di Giampaolo Piccari Forum – Quinta generazione dalla fine degli anni Sessanta al 1994, curando, oltre alla rivista, testi e antologie poetiche. E’ consulente di Festivaletteratura. Ha pubblicato numerose raccolte di poesia tra cui Ci dev’essere un posto (Firenze 1967), Saranno gli altri a testimoniare (Forlì, 1968), I discorsi di sempre (1970) con cui ha ottenuto il Premio Cervia, Una carta di re a cavallo (1971) Premio Città di Vita, Di un’impossibile maturità (1975), Buffa sonagliera (1978), Pita pitela (1982), Pirata dentro (1985) Maree (1986), Soprav(v)ento (1996). Di pari passo con l’attività poetica, ha espresso i temi della memoria, degli affetti originari e della vita contadina nella sua produzione narrativa, tra cui ricordiamo: Dieci racconti – gente del fiume (1968), La casa grande (1975), L’ombra ripresa. Quest’anno è uscito presso Passigli Incauta solitudine, la sua ultima raccolta poetica.I testi che ripropongo sono tratti da raccolte note e del tutto reperibili in rete. Non è quindi proporre il nuovo che mi interessava, quanto rammentare il lavoro di una autrice di gran rilievo e in piena attività, per quanto estremamente riservata, ed invitare ad andare a rileggersela. Quest’anno è uscito presso Passigli “Incauta solitudine”, il suo ultimo lavoro che raccoglie le poesie del decennio 1999-2009, dopo una assenza editoriale di circa quattordici anni da “Soprav(v)ento”, uscito presso Gazebo di Firenze nel 1996. Nell’attesa di poter pubblicare (spero) qualcosa dall’ultimo libro, ecco qui testi tratti sia dal citato “Soprav(v)ento”, sia da “Pita Pitela”, apparso per la prima volta  nel 1982 per Forum/Quinta generazione e riproposto da Feaci Edizioni nel 2008. Due libri, aggiungerei, in cui è possibile trovare una rara concentrazione di testi di alto valore poetico, e più strutturati e organici di quanto possa sembrare da questa selezione.
da Soprav(v)ento

(…) Siamo di fronte anche qui, sia pure in una forma più celata, alla rinarrazione del mito. L’Odisseo attuale si muove tra improbabili luoghi, in viaggi dove hanno la loro parte i radio-taxi e l’Itaca del viaggiatore d’oggi (viaggiatrice, anzi) è una Mantova di dolci mura e laghi e ricordi d’infanzia, la meta del ritorno, così come il lontano punto di partenza. (…) (Giorgio Bàrberi-Squarotti)

 

Riprenderò la fuga che senza fine
sciolga o soltanto
allontani questi incontri delusi

ogni volta un radio-taxi
– nel numero la formula che assolve
liberando per magia
aria di brume verdiane
comosette tre minuti e
invade un pensiero che va

andate
col nodo stretto sopra il diaframma
il bolo che sale nella gola e
sicuro occlude la giugulare

morirò adesso o ancora
bisognerà attendere un fumo affilato
al cervello

ancora dovrò restare presente
all’avvertimento dell’arco
sentire lo spiritello soffiar via

via

via

i sensi tutti
all’erta.

***

L’anima incenerisce o solo
rattrappisce e dissecca
finito il lievito

svapora
sfinita
s’affloscia

come azzimi
appiattita
rimpicciolisce

scura e demente.

L’anima di riserva
proprio sul rettifilo del terminale
(intravisto l’arrivo)

silenziosa
perché nessuna parola più

nemmeno anima.

***

Sindrome da pensiero della differenza

Senza affetto e con tante mozioni
amica mia,
adesso che i piccoli uomini
perse le penne degli indiani nell’ultimo massacro
non sanno quello che si fanno

smobiliti senza discendenza – o ci sarà?

poi mi sarai vicina e ostile in una sorellanza
da affidamento

In slalom libero s’apparecchia la slavina
ma lo sapremo e demarcheremo sul pericolo
la differenza
pensata ponzata e soppesata
quanto vasto e totale il pensiero che il varco scava picchetta

e sfinisce

Come non ti amo
amica mia
del cuore che fibrilla:

ieri ti ho cercato
a conforto di un sogno

sulla segreteria telefonica ti ho rintracciato:
trovato il tuo abbraccio insieme con tutte
le altre donne in nero nella piazza

del presidio permanente.

In silenzio
sono andata a letto
tra due cuscini.

***

Soprav(v)ento

(sopra il vento più veloce l’airone
furba anche l’anitra di gioco e colore
che in acque dolci a lungo si conserva poi
infine
intenerita sdilinquisce
in una scia pudica che tenace
fissa l’argine maestro)

La strada che maestra traccia le attese
e stempera una folata di temporale

sapiente assesta al bello stabile
imperturbato e scommosso.

La strada che senza maestri indica
un ritorno di vaghe promesse

custodite sulla parola

di domenica pomeriggio
quando parlare è quasi d’obbligo
querulo lo scilinguagnolo
gratuito un fruscìo d’ali

(i maestri non ci saranno mai più
nemmeno a ripetere in ginocchio tutto
il cammino
cento chilometri e quattro caselli d’autostrada furibonda
di sciarpe bandiere e slogans
un delirio d’attesa fuori dalla mente)

mentre la nebbia incalza l’argine
si perdono le ali. E l’aura.

***

Ragiono
dio quanto ragiono. Inchiodata la testa
e la sedia
(mantovanella in noce massiccio
ancora conserva la mano che piatta
raschia la venatura e veloce
leviga e lustra
d’arte povera e cera)

ogni volta sbaglio.

Sfodero la ragione e la paglia
arguta e saccente sfaglia
e rapida sputa penne e sentenze.

Puntuale la mattina raccolgo
il drenaggio
endorfine a scaglie
ne conto cinque e sette sovente
ne scopre la mente:

che non voglio mettermi in mare mai più
piuttosto saturno bilioso s’azzoppi
lontano rimanga o
congiunto a plutone
sparisca per sempre veliero
di urano.

E io qui
seduta la schiena un po’ curva

ma la mente
la mente buondio
quanto sicura ragiona!

***

A picco sullo scoglio annunciato
la vertigine già tutta saputa

(ma c’erano oppure non veleggiavano
sotto costa e corrente
avvisi ai naviganti e
pericolanti
saltimbanchi o
solo pirati
del futuro irridenti
scommettevano nel porto franco
una regina tanto piccola da sfuggire
allo scacco?)

in quel naufragio lì
che nessun altro fu consentito

che intanto controllavo e la ruga ai lati
della bocca ispessiva
ma non s’allungava

lì scoppiava il teatro. Della memoria e dei
ritorni
obliqua affossavo un sorriso
di freddo.

Il freddo qui è lungo
come una malattia che affondi in tendini
e cuore
Si spegne progressivo
nel risalire la radice
fino a laggiù
dove s’innesta il dolore
quanto fondo e roditore il muso
indurito della talpa
che scava e rimanda
– ma quando verrà
che t’importa – sì che m’importa se non
ci sarò
– sicuramente urlerai
metti che tenga le labbra cucite
– si sfrangeranno anche i denti dammi
retta una volta:
sprofonderà il bulbo dei tulipani giganti
quelli di Rembrandt. (Senza mulini
e polder
bubboni da incidere
alla radice scoppiati)

 

Editore Gazebo