Sono passati quasi sette mesi da quel 13 novembre. Un venerdì sera che vestiva già gli abiti della superstizione, caduto su un numero che spesso accompagna i film dell’orrore.

E l’orrore effettivamente c’è stato. A Parigi, in un locale come tanti, durante un concerto come tanti.
Era il Bataclan, colmo di gente, mentre gli Eagles of Death Metal facevano cantare il pubblico.
Luci che si trasformano in sangue, note che mutano in grida. Così i kamikaze si sono fatti strada nella quotidianità, togliendo dalla faccia della terra 130 vite (e non solo nel locale).

Non siamo certo qui per raccontare a tutti il già noto, ma forse per ricordare.
Non ci siamo scordati, penserete, ma cosa ci è rimasto effettivamente di quella notte?
Qualche brivido in metro per i primi mesi con i militari, almeno per quando concerne la Capitale, qualche dubbio sulla serata in centro-centro, dove è più pericoloso.
No, che non abbiamo dimenticato, ma sicuramente abbiamo dovuto accantonare.
E’ un moto di sopravvivenza legittimo, una dimostrazione di attaccamento alla vita.
In un romanzo a me molto caro, Cronache di Poveri Amanti, Pratolini sfoggia almeno due frasi che si legano bene a questo concetto… continua su culturalmente