Tra le varie letture annoiate in giro per l’etere, capita talvolta di rimanere folgorati lungo la via alla paolina maniera. Senza preamboli inutili, l’oggetto di tale folgorazione è stato, recentemente,Dio il Macedone di Tiziana Cera Rosco (LietoColle, 2009), nome che, per noi miseri peoti, sarebbe rimasto altrimenti sconosciuto. Un gran peccato: ve ne accorgerete presto.

La Rosco è sanguigna e caotica, eppure consapevole e cosciente, di quel sangue e di quella lucida coscienza che solo il dolore riesce a dare. Sembra rivivere in lei la forza che pervase l’anima di una mistica polacca del ‘900, Santa Faustina Kowalska, che nei suoi consigli sulla lotta spirituale affermò duramente: “non t’illudo con la pace e le consolazioni; preparati a grandi battaglie”. La drammatica constatazione di un mondo che giace sotto il potere del maligno (Gv 5,19) rende la vita dell’uomo una continua, incessante guerra.

La distruzione di cui il libro tratta (con cui si apre e si chiude) è la difficile condizione del perdono che passa attraverso una devastazione, autoinflitta o imposta dall’- e all’- esterno; è la destituzione di un regno demoniaco, dalle cui ceneri viene inaugurato quello messianico di perdono e speranza. “Ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori” (Gv 12, 31): il Macedone, il principe del Mondo antico, colui che tutto conquistò a forza. Ma manca l’elevazione del Cristo: “E io, quando sarò innalzato da terra, attirerò tutti a me” (Gv 12, 32): per il poeta è solo “un casuale argomento / di incompatibilità col vero”. E l’incompatibilità è forse tutta sua, della Rosco, traslata, per effetto di visione, su questo Cristo cui è tanto difficile dar retta, sulgiglio che è morto in pieno giorno: incompatibilità a credere al “tuo grande Sole / abbaglio che annullerebbe tutto questo buio” (corsivo mio, ndr.), a donarsi all’Altro, a Dio, il Macedone, con cui si è sempre inevitabilmente in lotta fin dalla nascita. La Rosco l’ha ripetuto spesso, nelle sue sporadiche apparizioni online: questo è un libro “sul perdono e sulla guerra”.
Ed entrambe le figure che incarnano la bipolarità distruzione-creazione (cos’è il perdono se non un ricostituire rapporti, o sancirne il termine per poter guardare nuovamente di fronte a sé?) serpeggiano lungo l’intero il poema, riuniti in un’unica figura: un Dio da un lato creatore e dall’altro temibile Signore d’eserciti, un Agni indù che presiede al ciclo sia vitale sia distruttore del fuoco, un Quetzalcoatl mesoamericano generatore della stirpe umana eppure dominatore delle tempeste che sradicano la vita. Un eterno ciclo di distruzione (“mi cavalcava accanto / e lasciavamo dietro i vecchi figli morti / morti i genitori, le carni degli amici”) e assoluzione, un uroborico serpente che morde serpente. Distruggere è perdonare, e perdonare è distruggere: “Quando fallirò sulla mia grazia / come un’idiozia che brucia / dove tutto è suturato / quando l’estensione del perdono / sarà radere al suolo ogni cosa”. Lo scontro frontale con le cose della Creazione e con la mano dello stesso Creatore, il Macedone che cavalca accanto al devastato io poetico, in splendida e temibile epifania su un Bucefalo di tempesta, provoca sangue, massacro, un mestruo d’artificio, un sanguinaccio che è l’impasto del vissuto: lo scontro frontale, l’assalto all’arma bianca contro il mondo si fa anche (e prima di tutto) lotta interiore. E così il fare poesia della Rosco assume nuova luce, e, sotto gli occhi di chi osserva la violenza avvenire inerme, Dio il Macedone prende l’aspetto di un costante auto-esoricsmo (i riferimenti, a pagina 7, alla figura evangelica di Legione e ai demòni sono chiari indizi), si fa torbida testimonianza di un jihad superiore: lo sforzo (etimologico di  jihad) teso alla causa dell’Altro che dal nucleo ardente del proprio campo di battaglia interiore si proietta all’esterno, la lotta contro il maligno Principe del mondo che viene prima scacciato dal cuore, materializzandosi e confinandosi in un luogo preciso (una Bisanzio che prende le vaghe sembianze di un’altra grande metropoli cristiana, Milano) e in una storia sceneggiata, che si compone di un’apertura, di una scena e di un finale; la storia eterna di amore-odio tra l’uomo e Dio, tra l’uomo e l’uomo, tra l’uomo e se stesso.

Quasi in un tentativo estremo di controllare una materia che sarebbe altrimenti tanto instabile da esplodere nelle mani dello stesso poeta, la scrittura della Rosco viene malamente limitata sul foglio, si realizza in una sorta di canovaccio teatrale, per la scenata da baraccone che l’anima imbastisce alla propria esistenza, autonormata o eteronormata che sia, Rivelazione o non Rivelazione divina cui credere. Così la penna pesta i piedi per terra, strappa, brucia, fa buchi nella carta, talvolta la sovraccarica di inchiostro e talvolta si chiude in un minimalismo espressivo stizzito. Tra versi a metà fra l’icastico e il dichiarativo (ma mai di una gnomica sapienziale: altresì, un sentenziare frutto di esperienza che dal sé si scontra con le cose e torna al sé – “l’asciugamano del mio sguardo è un taccuino”, “la distruzione è un sagrato tra le cose”, ecc. -), reminiscenze di scrittori mistici (la già citata Faustina Kowalska, il giglio cristico di jacoponiana memoria, e una generale suggestione proveniente da Est, “il succo orientale di questa ragione / che non pensa a niente”), una violenza espressiva disarmante e una maestria immaginifica che si mantiene sullo stesso tenore (alto) dall’inizio alla fine del racconto, la poesia di Dio il Macedonecostituisce un’esperienza unica nel panorama della poesia italiana contemporanea, soprattutto perché la mano che vi si cela è quella di un’autrice donna. Da tempo noi del pasgravio lamentiamo la mancanza di una poesia femminile che non sia la solita trita e grigia testimonianza di qualche amore finito in melodramma o di generici turbamenti da film sentimentale, ma che costituisca la potente espressione di un mondo interiore complesso, innovativo e valido per una poetica costruttiva (o distruttiva); in breve, ciò che ci prefiggiamo di ricercare in questo spazio di poesia contemporanea.

Poesia femminile e non al femminile: poesia fatta da donne, e come tale scevra di qualsiasi categorizzazione di genere, diversa per nessun aspetto da quella fatta da uomini (ma privilegiata dagli aspetti unici che la sensibilità femminile può fornire); non poesia fatta da donne per donne, con tutte le accezioni imposte e deteriori che tale canone ha sempre portato con sé. La Rosco rappresenta una di queste perle rare e singolari all’interno del mare magnum poetico femminile. Non è l’unica, e noi del pasgravio non mancheremo di parlarne.

Per ora, lasciamoci folgorare da Dio il Macedone.

Dal Blog “I peoti del pasgravio”